Il voto è mio e lo gestisco io.

Ho un solo voto. Ogni due-tre anni in tanti me lo chiedono, più o meno insistentemente, con gentilezza o con arroganza. Fino ad oggi l’ho sempre dato, a volte in prestito, altre regalato, altre ancora sprecato. Qualche volta sono stato soddisfatto del suo utilizzo, altre ho dovuto pentirmene. Tuttavia continuo a pensare che il mio unico voto sia davvero prezioso (almeno per me). Certo, il voto non esaurisce l’esercizio della democrazia, ma rappresenta il momento alto dell’espressione politica dell’elettore. Il voto è opinione, è consenso, è partecipazione. In democrazia (governo del popolo) il voto è la parola data ai cittadini.
La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo. Lo dice nel primo articolo dei principi fondamentali. Io faccio parte del popolo italiano e quindi mi appartiene una quota-parte di sovranità. Penso di esercitarla in modo pieno. Partecipo attivamente alla vita sociale: lavoro in un ente pubblico, faccio parte di un sindacato, sono impegnato nel consiglio di circoscrizione del quartiere dove abito (negli anni scorsi sono stato anche consigliere comunale e regionale), esprimo spesso le mie opinioni sui quotidiani locali, ma soprattutto (ed è quello che per me conta di più) dedico ogni giorno molte ore al lavoro per far crescere la nonviolenza organizzata in Italia: la redazione della rivista Azione nonviolenta, il lavoro di segreteria per il Movimento Nonviolento, la conduzione della Casa per la nonviolenza di Verona.
Penso quindi che ci dovrebbe essere una relazione fra il mio agire sociale quotidiano e il mio voto alle prossime elezioni politiche.
Sarebbe una palese contraddizione lavorare ogni giorno per la nonviolenza e poi mettere il mio voto nelle mani di chi non pone la nonviolenza politica al primo posto del proprio programma elettorale.
Allora mi guardo intorno, nel supermercato della politica italiana, e cerco di capire se una delle offerte che i partiti ci presentano in questi giorni sia in qualche modo almeno compatibile con l’orientamento nonviolento. Sinceramente faccio fatica a dare una risposta decisa e positiva. In precedenti elezioni, in presenza di dubbi simili, ho optato per la scelta della persona anziché del partito, dando la preferenza a chi aveva la mia fiducia come persona per bene e impegnata per la nonviolenza, aldilà del partito di appartenenza: ho votato simboli che non condividevo per sostenere candidati che avevano la mia stima. Ora questo non è più possibile, perché la legge elettorale vigente ha espropriato l’elettore anche di quest’ultimo piccolo margine di libertà di scelta: oggi sono i partiti a decidere chi dovrà essere eletto (o meglio, nominato) al Parlamento. Il cittadino deve solo ratificare una lista compilata dai segretari dei partiti (ed è facile pensare che i segretari di partito premino i loro fedelissimi, lasciando fuori dai posti realmente eleggibili i loro oppositori o chi non è facilmente controllabile). Quindi non si può più votare la persona, ma solo il simbolo di partito.
Molti dei simboli che troveremo sulla scheda sono simboli nuovi, che per la prima volta si presentano alle elezioni (ad esempio il Partito Democratico, il Popolo della libertà, La Sinistra l’Arcobaleno, la Rosa Bianca, ecc.) e quindi non è possibile valutare il loro operato, ma ci si deve affidare elusivamente alla campagna elettorale e ai programmi per il futuro. Sarebbero voti sulla fiducia, una cambiale in bianco. Oppure, dato che gli esponenti di queste nuove formazioni sono tutti politici di lungo corso (da Veltroni e Berlusconi, da Pecoraro Scanio a Tabacci) si possono valutare i pregressi di questi personaggi per immaginarsi cosa potranno fare domani. Difficile essere fiduciosi e clementi, anche senza entrare nel merito delle varie politiche estere (tutte molto lontane se non opposte a quello che pensiamo noi) o della politica di “sviluppo” energetico e delle infrastrutture (nessuno di loro parla di “decrescita” che è la ‘condicio sine qua non’ per fermare la crisi ecologica del pianeta e le variazioni climatiche).
A questo punto cosa posso fare? Scelgo il meno peggio? Decido di favorire chi ha più possibilità di stoppare il peggiore? Non mi convince l’idea di votare contro. Il voto è l’espressione di una volontà, non di una negazione. Potrei anche (e sarebbe la prima volta nella mia vita di elettore) tenermi il voto in tasca, oppure presentarmi al seggio e lasciare la scheda bianca, o annullarla (per evitare il rischio che qualcuno metta un segno al posto mio). C’è un’altra possibilità ancora, garantita dalla Costituzione italiana all’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Presentare una lista nostra alle elezioni. Già, perché no? Allora consulto la legge elettorale, che regola la presentazione delle liste, e scopro che i partiti che hanno deputati e senatori già eletti sono esentati dalla raccolta firme, mentre chi non ha questi collegamenti deve raccogliere migliaia di firme per ogni circoscrizione. Scopro che chi si presenta dentro una coalizione ottiene degli eletti anche solo con il due per cento dei voti, mentre chi si presenta da solo (e nel caso nostro non potrebbe essere altrimenti) deve ottenere il quattro per cento alla Camera e addirittura l’otto per cento al Senato. Inoltre, scopro che tutti i partiti già presenti nel Parlamento hanno goduto di un sostanzioso rimborso elettorale (hanno cambiato il nome, ma è il finanziamento pubblico dei partiti) che è stato calcolato sugli interi cinque anni di legislatura, anche se è durata solo due anni. Si tratta di milioni e milioni di euro per ognuno dei 26 partiti (19 gruppi parlamentari) presenti nell’ultimo Parlamento. Lungi da me, naturalmente, voler fare del qualunquismo politico, o parlar male dei partiti e del ruolo di parlamentare, di cui ho un sacrale rispetto. Ma così stanno i fatti. I partiti uscenti si sono fatti una legge per cui solo loro hanno i finanziamenti necessari per affrontare una costosissima campagna elettorale, fatta di iniziative-spettacolo, di spot televisivi, di informazione foraggiata con denaro pubblico (si tratta di un ulteriore finanziamento data a radio o giornali con la legge del finanziamento all’editoria di partito).
In pratica l’attuale legge elettorale impedisce ai cittadini (non più sovrani) di esercitare pienamente il proprio diritto di voto e chi è fuori dalle istituzioni praticamente non ha nessuna possibilità di presentarsi alle elezioni. Questa è la negazione della democrazia.
La Costituzione è disattesa nei suoi principi fondamentali.
Con queste riflessioni mi preparo alla riunione di Bologna del 2 marzo, convinto fino in fondo della necessità di una forza anche politica della nonviolenza organizzata, ma realisticamente cosciente che le condizioni affinché ciò possa avvenire sono tutte da costruire. Dal confronto con altre amiche e altri amici della nonviolenza potrà nascere la volontà comune di iniziare questo processo. La nonviolenza è politica: dentro e fuori le istituzioni, nelle case e nelle piazze, nei Comuni e nel Parlamento. Liste politiche di amici della nonviolenza mi risolverebbero il problema: il mio voto potrei darlo con speranza e fiducia, e sarebbe un voto come lo vuole la Costituzione: “personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
Come si diceva una volta? Siamo realisti, vogliamo l’impossibile.

 

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