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Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, è la guida politica e spirituale del popolo tibetano. E’ uno dei pochi statisti al mondo che si ispira alla nonviolenza. E’ un capo di stato che vive in esilio a Dharamsala, in India. Non ha esercito. La sua forza è nella preghiera. I suoi soldati sono i monaci buddisti. A lui sono affidati il passato e il futuro del Tibet, la religione, la cultura, le tradizioni, l’integrità fisica. Per questo si muove da sempre con molta saggezza e prudenza. La Cina è una potenza militare ed economica, e certamente il piccolo Tibet non può competere su questi piani. Diversa, dunque, deve essere la strategia per evitare lo scontro diretto e la sconfitta sicura. Il Dalai Lama ha voluto trovare uno spiraglio per mantenere aperta la possibilità di mediazione (“la bellezza del compromesso”, come diceva Gandhi). Ha rinunciato all’impossibile idea di indipendenza. Ha elaborato proposte di autonomia per salvare la lingua, la libertà religiosa, le tradizioni buddiste. Ha cercato solidarietà per la causa del Tibet girando in tutto il mondo per far conoscere il messaggio buddista, ha lavorato per la comprensione e il dialogo fra le religioni, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1989, ed è riuscito in pochi anni ad ottenere rispetto e simpatia a livello internazionale; nel contempo il Dalai Lama doveva trovare il modo di non costringere i paesi disponibili alla sua causa a mettersi contro la Cina, il cui potere di minaccia e di ricatto economico è enorme. Non doveva nemmeno mettere in difficoltà l’India, paese che lo ospita e che è in competizione di crescita con Pechino. Una posizione di equilibrio difficile da trovare e da mantenere. Forse in questa luce vanno lette anche le discutibili parole del Dalai di comprensione per la bomba atomica indiana, e i giudizi moderati sulla politica estera americana dopo l’11 settembre. Nelle stesso modo vanno interpretati gli altalenanti rapporti fra il Vaticano e il governo in esilio del Tibet.
Nonostante questa politica accorta e prudente, la Cina non ha mai smesso di individuare nel Dalai Lama un pericolo per la propria immagine rampante e di considerare quella del Tibet una ferita aperta da normalizzare. La Cina mostra una chiusura totale e considera il Tibet come una qualsiasi provincia, negandone la storia e la specificità. Qualsiasi tentativo di affermare la diversità del Tibet viene considerato un attacco all’integrità cinese, e represso duramente. E’ quello che sta avvenendo in questi giorni. Non sapremo probabilmente mai la vera entità del massacro in atto, che avviene senza testimoni, in una dittatura militare che non conosce la libertà di stampa.
In Tibet sta emergendo anche un’opposizione radicale, non più disposta ad accettare la via nonviolenta di pazienza e mediazione indicata dal Dalai Lama. Probabilmente si tratta di spinte estreme, esasperate, fuori dalla tradizione religiosa tibetana, gruppi che facilitano il compito ai provocatori e infiltrati cinesi. In questa difficile situazione il Dalai Lama ha fatto sapere della sua ipotesi dimissionaria: “Se la situazione finirà fuori controllo, allora la mia unica opzione sarà rassegnare completamente le dimissioni”. E’ una posizione limpida, di chi fa sapere che si può e si deve mediare su tutto, ma non sull’opzione nonviolenta. Il Tibet ha legato la sua esistenza alla nonviolenza; non come “nonviolenza del debole” (chi subisce senza reagire perché non ha la forza e gli strumento per farlo), ma come “nonviolenza del forte” (la scelta della nonviolenza attiva come mezzo e come fine). I monasteri buddisti sono luoghi di formazione e addestramento ad una nonviolenza disposta al sacrificio estremo per rimanere nella strada della verità. La nonviolenza del Tibet è anche un progetto per il proprio futuro, basato sul rispetto dei cicli naturali, e quindi a basso consumo, più attento al progresso spirituale che a quello tecnologico.
Il vero scontro in atto è quello fra due visioni diverse del mondo. Da una parte il modello cinese (centralismo politico, potenza militare, sviluppo economico, crescita dei consumi, ricchezza energetica), dall’altra quello tibetano (autonomia regionale, sobrietà, spiritualità, cultura e tradizioni, primato religioso). La forza cinese è quella dell’economia; la forza tibetana è quella della preghiera. La potenza cinese è quella militare; la potenza tibetana è quella nonviolenta.
Si sa, però, che gli imperi prima o poi crollano, mentre il Budda rinasce sempre.

 

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