L’esclusione dal Parlamento di quel che rimaneva dei verdi (confluiti nella Sinistra Arcobaleno), non è un dramma. Anzi, può forse rappresentare un’occasione di rinascita e rigenerazione: un bagno di umiltà, la ripresa del lavoro dal basso, radicato nel territorio, che troppi cosiddetti dirigenti politici (gestione Pecoraro) avevano ormai dimenticato da anni, tutti impegnati a perpetrare la propria presenza nelle istituzioni e nei posti di governo e sottogoverno, producendo conseguentemente il vuoto attorno a loro.

L’equivoco si è finalmente risolto. E’ meglio non avere nelle istituzioni una sedicente e autoreferenziale rappresentanza ambientalista che ha modificato geneticamente il partito verde e l’ha trasformato da movimento ambientalista (nato con lo Statuto delle Liste Verdi il 16 novembre 1987 a Finale Ligure) a partitino dei diritti (morto nelle urne il 14 aprile 2008).
Ormai l’elettorato verde non esiste più. Quei milioni di elettori che dal 1987 al 2006 avevano dato fiducia al Sole che ride (ma farebbe meglio a piangere), si sono volatilizzati. Scomparsi. Ormai da anni i Verdi avevano perso la loro capacità di attrarre consensi e di rappresentare in modo convincente le proposte per la transizione verso una società a basso consumo ed alta vivibilità. L’anomalia italiana consiste nel fatto che siamo l’unico paese europeo a non avere in Parlamento una forza ecologista moderna, che sappia confrontarsi con il governo del paese sui temi decisivi per il futuro di tutti: limiti dello sviluppo, fonti energetiche, politiche di pace e di sicurezza.

La fine della forza propulsiva dei Verdi italiani coincide con la loro trasformazione da federazione di liste locali a partito nazionale. E’ un paradosso, ma il movimento ecologista che è nato, come la Lega, sul finire degli anni ’80 come alternativa e contestazione dei partiti, ancor prima della crisi di sistema di tangentopoli, dopo 21 anni viene bocciato dall’elettorato ed espulso dal Parlamento proprio perché percepito come parte integrante di quella partitocrazia che non ha saputo rinnovarsi. Il movimento leghista, che pure ha gli stessi macroscopici difetti dei Verdi (essersi rapidamente trasformato in partito verticista e centralista) ha però mantenuto una sua forte territorialità; la Lega (pur essendo il partito più immerso nel sistema partitocratrico di governo e sottogoverno) è stata percepita come un partito-non partito, ed è stata premiata.

Il voto del 13-14 aprile ha decretato il successo della Lega e la conseguente scomparsa della sinistra. Non so chi siano e cosa esprimano gli elettori della Lega, ma è certo che essi rappresentano una fetta consistente delle popolazioni delle regioni settentrionali.
E allora guardiamolo questo popolo del nord. Vivo a Verona e osservo i miei concittadini: ogni mattina davanti agli asili e alle scuole di ogni genere e grado c’è la fila dei Suv, con mamma più bambino, a motore acceso: sono auto attrezzate per il deserto, ma vengono utilizzate prevalentemente per trasportare litri d’acqua minerale, rigorosamente in bottiglie di plastica, dal supermercato a casa. I carrelli sono pieni di merce superflua, vanno per la maggiore verdure e frutta fuori stagione, carni e pesci che hanno fatto il giro del mondo prima di arrivare sui banchi degli ipermercati. Se mi sposto dalla città vedo la maleducazione nei treni (musiche improbabili dei telefonini, conversazioni allucinanti a voce altissima), o nelle autostrade (se rispetti il limite dei 130 arriva il bolide alle spalle che ti fa i fari e ti supera lanciandoti imprecazioni). Questi elementi di costume fanno il paio con i dati economici: evasione di 270 miliardi di euro di sola IVA, confronto ai quali il costo della classe politica è ben poca cosa. Forse gli ossessivi attacchi alla Casta forniscono un alibi per sfuggire a queste verità. E’ questo il popolo del nord? C’è da pensare che il disagio che vive è quello di una società che sa di essere vecchia e in declino, che si sente assediata, che ha vissuto per anni al di sopra del limite, e ora che le nuove generazioni non hanno più né i privilegi né le certezze di chi le ha precedute si sentono sulle sabbie mobili. La reazione per la paura del futuro è spesso una chiusura, un aggrapparsi alla soluzione immediata e semplificante (federalismo fiscale subito), meglio se autoritaria e salvifica (Bossi e Berlusconi), condita con parole forti e promesse allettanti (insulti ai clandestini, abolizione Bollo ed Ici).
In fondo il popolo del nord assomiglia molto alla classe politica che si è scelto. Ma questo è il bello e il limite della democrazia resa ormai pura rappresentazione, svuotata dell’elemento partecipativo che ne faceva “il potere del popolo”, ridotta ad un arido “potere sul popolo”.

Dunque, che fare? I verdi devono risorgere là dove sono nati: nei comuni periferici, nelle liste locali, nei luoghi dove sono più evidenti le contraddizioni di uno sviluppo insostenibile. Il Partito Democratico – in ritardo di qualche decennio- ha proposto “l’ambientalismo del fare” mascherando con spericolati giochi di parole una subalternità al pensiero unico sviluppista (gli inquinanti inceneritori li chiamano “termovalorizzatori”; la pericolosa energia nucleare la chiamano “energia pulita”; la devastante Tav la chiamano “collegamento ferroviario”).
Quello di cui c’è bisogno, invece, è “l’ambientalismo dell’essere” (come auspicava Alexander Langer: più lentamente, più dolcemente, più profondamente), cioè quella rivoluzione culturale che modificherà i comportamenti individuali e sociali: quando saranno sedimentati, arriverà anche un nuovo scenario elettorale e politico.

Data di nascita: 16 novembre 1987
Data di morte: 14 aprile 2008

A soli 21 anni, dopo lunga agonia, è scomparso il partito dei Verdi.
Una fine ingloriosa. Pochi lo rimpiangono. Negli ultimi anni era irriconoscibile.
Ci piace ricordarlo per i meriti dei suoi primi anni giovanili di vita. Amen.

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