Il governo ha annunciato l’avvio dei lavori per le centrali nucleari italiane entro il 2013. Per costruire e mettere in produzione un reattore ci vogliono circa cinque anni. Dunque, nella migliore (anzi, peggiore) delle ipotesi, avremo il nucleare italiano nel 2018. Ma nessuno ci ha ancora spiegato di quanta energia ci sarà bisogno fra dieci anni, e soprattutto per fare cosa. Il ministro Scajola ha parlato di “centrali di terza generazione avanzata”, in totale assenza di un serio piano energetico (quante? dove? di che potenza?). Il Presidente del Consiglio ha detto che il nucleare ci affrancherà dalla dipendenza petrolifera, dimenticando che l’Italia non produce l’uranio, e che il minerale radioattivo a livello mondiale inizierà a scarseggiare già nel 2025. I sostenitori della via italiana al nucleare non dicono nemmeno che la produzione di energia atomica richiede costi molto più elevati rispetto ad altre fonti (investimenti iniziali nell’ordine di 3 miliardi di euro per ogni centrale). Gli impianti in funzione nel mondo sono 439, molti dei quali ormai obsoleti, con una vita media di 20 anni, che alla loro chiusura non saranno rimpiazzati. I nuovi impianti in costruzione sono solo 36, (Cina e Russia in testa), mentre alcuni paesi europei (Belgio, Germania, Olanda, Spagna e Svezia) hanno già deciso di abbandonare questo tipo di energia. Anche l’argomentazione che il nucleare sarebbe una fonte “ecologica” perchè, privo di emissioni di anidride carbonica in atmosfera, contribuisce in maniera importante al non-riscaldamento del pianeta, è in realtà molto debole: solo il 5% dell’energia globale proviene da fonte nucleare, ed è in calo in tutto il mondo. Il nucleare è, in realtà, una fonte che provoca una vero dissesto ambientale: per il raffreddamento di un reattore sono necessarie enormi quantità d’acqua, sottratta ad altri usi. L’economista verde Jeremy Rifkin ha evidenziato che il 40% dell’acqua francese viene utilizzata per raffreddare le 20 centrali in funzione. In previsione di estati sempre più calde e con l’aumento della siccità, anche questo è un punto critico. Ma il vero tallone d’Achille del nucleare è la questione, mai risolta, delle scorie radioattive. Negli Stati Uniti si è tentato, senza successo, di stoccare i bidoni che resteranno radioattivi per 24.000 anni nel fondo delle montagne dello Yucca. In Italia, paese pressoché tutto sismico con un’elevata densità abitativa, è difficile immaginare soluzioni soddisfacenti, soprattutto con il precedente dei rifiuti campani.
C’è poi la questione della “sicurezza”: non solo quella legata ai sempre possibili incidenti con il rischio di fughe radioattive, ma soprattutto quella relativa alle centrali come potenziali obiettivi di attentati terroristici, il che significa ulteriore militarizzazione del territorio e conseguente limitazione della libertà. E’ facile immaginare che verranno presi pesanti provvedimenti (come si è già fatto nel napoletano per le discariche) nei confronti di chi oserà manifestare contro o bloccare le ruspe nei siti prescelti.
Nell’aprile del 1977 il Movimento Nonviolento organizzò, a Verona, il primo convegno nazionale antinucleare. Abbiamo poi partecipato attivamente alla resistenza nonviolenta contro il reattore di Caorso, contro le localizzazioni a Viadana e Montalto di Castro (manifestazioni, sit-in, campeggi, blocco ferroviario, processi), abbiamo stampato e diffuso materiale informativo, promosso centinaia di dibattiti, dedicato numeri e numeri di Azione nonviolenta alla questione energetica, abbiamo realizzato l’edizione italiana della rivista WISE (World Information Service on Energy), stretto alleanze internazionali con gli antinucleari europei contro il Superphénix di Malville in Francia, fino alla vittoria del referendum antinucleare del 1987. Tutte le ragioni di allora sono valide ancor oggi. Il nucleare, per sua stessa natura, è una tecnologia accentrata, imposta dall’alta, fuori dal controllo democratico, figlia di un’epoca industriale ormai superata.
Oggi c’è bisogno di una rete diffusa di energie rinnovabili, con fonti differenziate, tecnologie efficienti, flessibili. Ma soprattutto è necessario avviare una seria politica di risparmio energetico, con consumi minori e più razionali. Siamo un popolo che spreca l’energia che acquista a caro prezzo e non utilizza quella naturale gratuita. I signori del governo farebbero bene a ripensarci.

 

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