GINO SPIAZZI, EX DEPORTATO

L’orrore della Shoah, capitolo di storia che
non ha insegnato nulla

pubblicato su L’Arena del 24 gennaio 2010

L’arresto nel settembre del 1944, l’interrogatorio, i lavori forzati al Forte San Leonardo, la partenza per il campo di smistamento di Bolzano, i dieci giorni di viaggio stipato in un vagone con altri settanta deportati.
E infine l’arrivo al campo di sterminio di Flossenburg, in Germania, nel nord-ovest della Baviera. Fino all’epilogo con l’evacuazione: «Scappa che il campo brucia» gli urlò qualcuno. «Mi misi a correre, mi nascosi in acqua dove rimasi per ore. Mi salvai, sono qui a raccontarlo 65 anni dopo, ma il dolore di quei mesi al campo non si dimentica».
Gino Spiazzi, presidente della sezione veronese dell’Associazione ex deportati nei campi di sterminio nazisti, parla del mondo fuori dal mondo.
Non potete capire perché non vi hanno insegnato nulla. Nel nostro strano paese, falso e bigotto, quel capitolo di storia è stato liquidato troppo in fretta. Il mio numero è 43805. L’unica cosa certa del campo di sterminio è il giorno in cui sei entrato. Il resto è un susseguirsi di fatti che vanno ben oltre la comprensione umana e ricordarli è doloroso. Ho visto morire centinaia di persone, trucidate, gasate, cremate.
Cosa le hanno fatto appena arrivato al campo?
Scendi dal vagone del treno e la prima cosa che subisci è la svestizione. Scientifica, metodica, rigorosa. Le scarpe da una parte, i pantaloni dall’altra, la maglia in un’altra ancora e se sbagli te la fanno pagare perché rallenti la macchina, inceppi il sistema. Il tutto senza parole perché l’SS non parla ma abbaia, feroce come i cani lupo che si porta al guinzaglio.
Quali erano le punizioni?
Sento ancora il suono delle venticinque nerbate sui reni che ti fanno sputare sangue allo sfinimento. O nel falso dei piedi, un massacro che ti impedisce di reggerti sulle gambe; e camminare significava vivere. L’SS non si sporca le mani, a picchiare sono i kapò, criminali di basso rango. In campo si parla un’altra lingua fatta di parole russe, tedesche, francesi.
Come erano le giornate?
Il tempo non ha più senso. Passavi ore fuori dalla baracca alla pioggia, al gelo, meno venti gradi sotto zero. Ore perse alla conta, nella piazza dell’appello. E dove ci sono tremila, cinquemila persone i conti non tornano mai. Apposta. E allora rimani in piedi vestito di nulla, senza scarpe, per un tempo che non sai contare, con il vicino che ti dice “sorreggimi perché sto morendo”.
A cosa ci si aggrappava per sopravvivere?
Chi aveva la fortuna di credere pregava, gli altri… Impari che la morte ce l’hai di fronte, sai che devi stare in piedi perché se no arriva il colpo alla nuca e non ci sei più. Stop. Stare in piedi. Questa è la tua regola.
Di cosa vivevate?
Di lavoro, tredici, quattordici ore al giorno. E niente cibo. Una ciotola con dentro una sbobba insipida, acqua e rape. Una fetta di pane nero, segale mischiata con segatura di pioppo e un cubetto di margarina, che chissà con che cos’era fatta.
Qual è la cosa più difficile da ricordare?
La marcia della morte. Di fronte all’avanzata sovietica da una parte e americana dall’altra, i tedeschi hanno evacuato il campo. In tre giorni ne hanno liquidati 4mila. Storicamente detto, non sono chiacchiere. Dovevi camminare per ore, la destinazione era un altro campo di concentramento, ma dopo mesi di prigionia non ci si reggeva in piedi, i più erano impossibilitati a muoversi. Chi cadeva non si rialzava e tu dovevi proseguire senza guardare. Quanti ne ho visti morire.
Si avvicina il giorno della memoria, che cosa deve ancora essere detto?
Ce ne sarebbero di domande che aspettano ancora una risposta. Io faccio quello che posso, ma ora spetta ad altri prendere in mano il testimone e alle promesse devono seguire i fatti.

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