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La storia non si fa con i se. Lo sanno tutti. Ma io oggi un se ce lo
voglio mettere. Cosa sarebbe accaduto se quella maledetta sera davanti al
Dakota Building l’assassino non avesse sparato i suoi cinque colpi
mortali. Se l’eroe di Piazza Tien An Men avesse avuto una canzone
dedicata, se il muro  di Berlino fosse stato abbattuto con un concerto, se
le bare dei soldati americani di ritorno dall’Afghanistan fossero accolte
da una nuova colonna sonora. Possiamo anche immaginare un evento
straordinario con in Fab4 riuniti per la causa tibetana, o una performance
artistica a Bagdad.
Forse oggi la pace avrebbe una possibilità in più se lo spirito di Nutopia
non fosse stato soffocato.

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John Lennon dopo l’unione con Yoko Ono e la separazione dai Beatles si
trasferisce a New York, città che ama moltissimo, nella quale si trova a
proprio agio “per il modo di vivere e di pensare”. Negli Stati Uniti John
ha molti amici, e viene subito introdotto negli ambienti intellettuali e
radicali americani. Partecipa anche alla vita politica del paese,
coinvolgendosi in manifestazioni, concerti, iniziative pubbliche. Il
governo non gradisce quella presenza, troppo visibile, troppo chiassosa,
troppo scomoda. La CIA inizia a raccogliere un dossier su Lennon, per
raccogliere le prove e  documentare un presunto antiamericanismo dell’ex
beatle. Lennon fa dichiarazioni contro la guerra del Viet Nam, contro
l’industria bellica, le spese militari, la politica imperialista,
partecipa attivamente al movimento per la pace, anche con sostanziosi
finanziamenti. Compone Power to the people che diventa patrimonio del
movimento. Per fare gli auguri di Natale fa riempire le città americane e
le principali capitali del mondo con giganteschi manifesti con la scritta
“War is over” (“la guerra è finita – se tu lo vuoi”, firmati “con amore,
John e Yoko, da NY”).

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A tutti i capi di Stato invia una ghianda, dicendo loro di sotterrarla e
guardare la crescita della quercia, così  l’idea della pace gli sarebbe
entrata in testa e non avrebbero avuto il tempo per dichiarare una guerra.
Insieme a Yoko compra intere pagine dei giornali americani per pubblicare
i loro pensieri pacifisti.
Quando le autorità gli negano il visto per il permesso di soggiorno, fra
Mister Lennon e il governo USA, inizia una lunga battaglia legale. Nixon
stesso dà l’ordine di allontanarlo: è un “indesiderato”. Durante la
campagna elettorale, in ogni angolo d’America dove c’è un’iniziativa
elettorale con Nixon, lì John organizza un concerto rock di protesta
contro la guerra che attira  migliaia di giovani invitati a disertare la
manifestazione del partito repubblicano.

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Lennon è l’unico baronetto del regno britannico a restituire il titolo
alla Regina per protestare contro il coinvolgimento dell’Inghilterra nel
commercio mondiale delle armi. Il viaggio di nozze con Yoko diventa
un’occasione per promuovere la pace nel mondo, inventando il “bed in”: una
settimana in un letto d’albergo, la numero 702 dell’Hilton di Amsterdam,
lui e Yoko, a rilasciare interviste a giornali di tutto il mondo sul tema
della pace e contro le guerre. L’evento ha successo, e viene ripetuto
nella suite 1742 del Fairmont Queen Elizabeth Hotel di Montréal, dove
viene composta la canzone Give Peace a Chance.

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Un giorno John Lennon convoca una conferenza stampa e si dichiara
ufficialmente ambasciatore di Nutopia, un “paese concettuale” senza
confini, senza passaporti, senza religioni. La bandiera di Nutopia è un
fazzoletto bianco, e l’inno internazionale è inciso nell’album Mind Games:
una traccia muta con 5 secondi di silenzio. John prende molto sul serio
l’impegno per Nutopia. Per diventare cittadini di Nutopia bisogna aderire
alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine (Immagina che
non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire). Tutti i
cittadini di Nutopia sono suoi ambasciatori nel mondo. L’ambasciata di
Nutopia è al numero 1 di White Street a New York, e John chiede
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di
Nutopia. C’è anche la data di fondazione per Nutopia, il primo aprile del
1973.

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È morto l’ 8 dicembre di trent’anni fa, ammazzato con cinque colpi di
pistola. Un fan squilibrato, si è detto. L’inchiesta venne chiusa troppo
in fretta, ma molti di noi pensano che dietro all’assassinio ci sia stato
un complotto dei servizi segreti per eliminare un leader troppo scomodo.
Al suo funerale c’era una folla incontenibile, avvolta nella sensazione
che il sogno era davvero finito. Lo sparo di un “folle” e un funerale
imponente: proprio com’era accaduto per il mahatma Gandhi e per Martin
Luther King.

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Lennon è stato un buon amico della nonviolenza: “Per me vale ancora quello
che ho scritto in Revolution, quelle parole esprimono bene ciò che provo
tutt’ora nei confronti della politica. Non contate su di me se di mezzo
c’è la violenza. Non aspettatevi che salga sulle barricate se non con un
fiore. Se vuoi la pace non la otterrai mai con la violenza. L’unico
sistema per assicurare una pace durevole è cambiare la nostra mentalità:
non c’è altro metodo. I fini non giustificano i mezzi. La gente ha già il
potere; tutto quello che noi dobbiamo fare è prenderne coscienza. Alla
fine accadrà, deve accadere. Potrebbe essere adesso o fra cento anni, ma
accadrà”.

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Quello che resta oggi è soprattutto nella sua immagine, nel suo volto con
lo sguardo ironico e malinconico, dal quale scaturiscono musica, parole ed
energia dispensate a tante generazioni.

John Lennon, ambasciatore di Nutopia
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