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Nerone diede prova insuperabile di libidine nelle numerose orge in cui passava il giorno e la notte. Nerone non era soltanto un uomo depravato. Volendo imitare i Greci, prostituì la sua dignità di principe ed abbassò quella del Senato, dei patrizi e dei cavalieri con la partecipazione ai giucohi e agli spettacoli. Egli stesso partecipò con l’auriga, e indusse quattrocento senatori e seicento cavalieri a combattere come gladiatori in un anfiteatro di legno appositamente fatto nel Campo Marzio; e costrinse i più ricchi e reputati cittadini a misurarsi con le fiere dell’arena e una matrona ottantenne a ballare sulle scene fra i lazzi e le risa degli spettatori.

Appassionatissimo degli spettacoli, istituì i giuochi giovenali, i giuochi da lui detti neroniani, da celebrarsi a spese dello stato ogni cinque anni, e gare di musica e di poesia. Nella prima di queste gare a Nerone venne assegnata la palma dell’eloquenza e della poesia.

Ma ancor più che degli spettacoli era appassionato della musica, del canto e della poesia. Era convinto di essere un grande artista, ma la voce l’aveva rauca ed era un mediocre compositore di versi, tuttavia volle cantare sulle pubbliche scene e le sue poesie fece incidere a lettere d’oro e le dispose nel tempio di Giove Capitolino; pretese lodi ed applausi e invidiò e perseguitò coloro che credeva suoi rivali.

(da “Vita di Nerone”, di Svetonio)

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