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PREMESSA
Quelle che seguono sono considerazioni personali, che non coinvolgono in alcun modo il Movimento Nonviolento, che ho l’onore di presiedere.
Ho un solo voto. In tanti me lo chiedono. Fino ad oggi l’ho sempre espresso. Qualche volta sono stato soddisfatto del suo utilizzo, altre meno. Tuttavia continuo a pensare che il mio unico voto sia davvero prezioso. In democrazia (governo del popolo) il voto è la parola data ai cittadini che scelgono a chi affidare la guida della società (che è il compito della politica).
La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo. Io faccio parte del popolo italiano e quindi mi appartiene una quota-parte di sovranità. Penso di esercitarla in modo pieno. Partecipo attivamente alla vita sociale: dedico ogni giorno molte ore al lavoro per far crescere la nonviolenza organizzata in Italia: la redazione della rivista Azione nonviolenta, la presidenza del Movimento Nonviolento, la conduzione della Casa per la nonviolenza di Verona.
Ci deve quindi essere una relazione fra il mio agire sociale quotidiano e il mio voto alle elezioni politiche di domenica. Sarebbe una palese contraddizione lavorare ogni giorno per la nonviolenza e poi mettere il mio voto nelle mani di chi non ci crede affatto.

LE PROPOSTE IN CAMPO
Allora mi guardo intorno, nel supermercato della politica italiana, e cerco di capire se una delle offerte che i partiti ci presentano in questi giorni sia in qualche modo almeno compatibile con l’orientamento nonviolento. Sinceramente faccio fatica a dare una risposta decisa e positiva. In precedenti elezioni optavo per la scelta della persona anziché del partito, dando la preferenza a chi aveva la mia fiducia personale: ho votato simboli che non condividevo per sostenere candidati che avevano la mia stima. Ora questo non è più possibile: il cittadino può solo ratificare una lista.
Molti dei simboli che troveremo sulla scheda sono nuovi (anche se in alcune di queste “nuove” formazioni troviamo politici di lungo corso) e quindi non è possibile valutare il loro operato, ma ci si deve affidare elusivamente alla campagna elettorale e ai programmi. Sarebbero voti sulla fiducia, una cambiale in bianco. Altri partiti hanno già governato e quindi sappiamo bene che prova hanno dato di se. Difficile, nel complesso, essere fiduciosi e clementi.
Un criterio valido per la scelta sarebbe quello di vedere come vivono concretamente coloro che si candidano a guidare il paese. La coerenza personale è stata il faro che ha guidato il politico Gandhi,  Capitini e Alexander Langer.  Come faccio a votare chi fa buoni comizi, ma vive in ville  superprotette e ha la Ferrari nel garage? Che credibilità può avere? La differenza la si vede non da quel che si dice, ma da come si vive.
Personalmente escludo in partenza il Pdl e la Lega, la galassia di partitini del centro-destra, e non mi soffermo su liste improbabili tipo Fare o altri. Monti fa la politica del Fondo monetario internazionale, della Banca centrale europea e della Nato. Non posso certo votarlo.
Il Movimento 5 Stelle non mi convince, è un salto nel buio, non riesco a decifrarne il progetto politico; dire che destra e sinistra non esistono più è come dire che non esistono più idee giuste e idee sbagliate, che non c’è differenza tra il bello e il brutto, che giustizia e ingiustizia sono uguali. No, non è così. E poi chi si mette su un piedistallo e giudica e condanna tutti gli altri, non mi è mai piaciuto. Figuriamoci se si può fare in politica, che è l’arte del compromesso (Gandhi).
Rivoluzione Civile mi ha deluso. Doveva essere un esperimento nuovo, ma è nata e cresciuta troppo in fretta, e ne è sortita una cosa vecchia, somma di partiti (IdV, Pdci, Rc, Verdi) che per non andare alla deriva tentano di salvarsi salendo sulla scialuppa guidata da un magistrato impolitico. Rischia di rimanere fuori dal Parlamento, e se superasse lo sbarramento ad entrare sarebbero gli esponenti di quei partiti (basta vedere i primi nelle liste) e la società civile rimarrà nei proclami.
La lista di scopo dei Radicali, Amnistia Giustizia Libertà, poteva essere una buona idea, ma ha praticamente deciso di autoescludersi dalla competizione. Troppi salti mortali, è caduta senza rete.
Resta la coalizione di centro-sinistra (Pd, Sel, Centro democratico) che ha buone probabilità di vincere le elezioni e governare.

IL VOTO OGGI
A questo punto cosa posso fare? Il voto è l’espressione di una volontà, ma può esserlo anche di una negazione. Scelgo il meno peggio? Decido di favorire chi ha più possibilità di stoppare il peggiore?
Queste elezioni rappresentano probabilmente un passaggio difficile e decisivo per il futuro del paese. La cosiddetta seconda repubblica è stata un fallimento, ha smantellato lo stato sociale, ha impoverito la classe media, ha aumentato a dismisura le spese militari. La transizione a qualcosa di nuovo e di diverso sarà molto delicata. Il rischio è quello di una disgregazione sociale, o del ritorno a  scelte autoritarie. E’ il modello di sviluppo che deve essere messo in discussione, e quindi è importante saper governare il passaggio dal vecchio al nuovo. Ci vorrà tempo, e capacità, e saggezza.
Il primo passo, urgente, è fermare definitivamente i malandrini. Poi bisognerà rieducarci tutti ad una consapevolezza di cittadinanza. Prima ancora dei politici, sono gli elettori da riformare. E per questo ci vuole un profondo lavoro culturale.
Dunque questa volta darò un voto in negativo per fermare il ritorno del caimano (al Senato Pd), e un voto in positivo per dare forza di governo a chi terrà il baricentro a sinistra (alla Camera Sel).
Non sono questi i miei partiti, non mi ci riconosco, non mi iscriverei, anche se questa volta affido a loro il mio voto. Non è una resa all’idea del “voto utile” (che tante volte è stata usata anche contro di noi), ma è la consapevolezza che questa volta ci vuole un “voto necessario” per non cadere nel baratro.

PER IL FUTURO
Recita la Costituzione italiana all’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Già, perché no?
Il partito che sogno non ha il nome di una persona nel simbolo, perchè è la visione comune che ci dovrà unire e guidare.
Dal confronto con altre amiche e altri amici della nonviolenza potrà nascere la volontà comune di iniziare un nuovo/antico processo.
La nonviolenza è politica: dentro e fuori le istituzioni, nelle case e nelle piazze, nei Comuni e nel Parlamento. Liste politiche di amici della nonviolenza risolverebbero a molti noi il problema: il mio voto potrei darlo con speranza e fiducia, e sarebbe un voto come lo vuole la Costituzione: “personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
In attesa di poter votare, un giorno, i migliori, perché ora …  “ha da passà ‘a nuttata

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