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È finito il tempo della speranza, della delusione, della rabbia, dell’accusa, del dileggio, dell’indignazione, della protesta, dell’abbandono, dell’indifferenza. Quel tempo è finito.

E’ l’ora della nonviolenza.

E’ il tempo di agire con la forza della verità, è il tempo del potere dell’amore, è il tempo della bellezza e della bontà, del fare cose buone e belle. E’ il tempo della compassione, del programma costruttivo, della fiducia, del rispetto, della solidarietà, è il tempo della ricerca del benessere e della felicità per tutti. E’ il tempo di prendere in mano il presente di ciascuno.

E’ questa l’ora della nonviolenza.

La nonviolenza è la tensione profonda per cambiare una società che sentiamo inadeguata, è la pietra angolare su cui costruire il futuro, è il varco attuale della storia.

E’ il tempo di essere personalmente il cambiamento che vogliamo vedere intorno a noi: lo si può fare solo insieme. Dall’io al noi, dal tu al tutti, la nonviolenza è politica.

E’ il tempo di disarmarci, per disarmare l’economia, la politica, l’esercito.

Incominciamo noi a disarmare. Disarmiamo la nostra abitudine a lanciare accuse contro gli altri. Sembra essere diventato lo sport nazionale: criticare, distruggere, trovare subito il colpevole, ridicolizzare o demonizzare l’avversario. Tutti contro tutti. Basta andare a leggere qualsiasi pagina dei social network più diffusi, da facebook e twitter, per trovare immediatamente messaggi con critiche feroci, sfoghi degli istinti più bassi che hanno l’obiettivo di addossare la responsabilità del male diffuso su qualcuno al di fuori di noi. Ormai non c’è più dibattito politico, c’è scontro e divisione. E questo scontro continuo, tra forze politiche, e all’interno delle stesse formazioni partitiche, crea la paralisi. Quella paralisi che tiene inchiodato il nostro paese, che ha bloccato le stesse istituzioni, dal parlamento alla presidenza della repubblica. Il governo delle “larghe intese” è figlio di questa cultura: per non andare a fondo tutti insieme, ci si ritrova tutti insieme sulla stessa scialuppa, in attesa di capire chi sarà il primo a cadere (o ad essere spinto) in mare.

Noi dobbiamo spezzare questa logica distruttiva. Non per un ingenuo buonismo (anche se ho sempre pensato che il buonismo sia comunque meglio del cattivismo), ma perchè sappiamo che la verità la si trova cercando di capire anche le ragioni altrui. E quindi è importante saper ascoltare e saper vedere la parte costruttiva, la parte positiva che c’è negli altri, e dunque anche negli avversari politici. Bisogna essere fermi nei principi irrinunciabili, fedeli ai valori fondanti (la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, il rifiuto della violenza, la giustizia, la libertà, la pace), ma poi bisogna saper dialogare con tutti, trovare punti di accordo, rispettare e pretendere rispetto.

Dobbiamo riannodare etica e politica. Il degrado è iniziato quando c’è stata la separazione ed ha prevalso la pura “politica”, fredda, calcolante, strumentale, finalizzata. L’etica è stata abbandonata anche dai partiti, che dovevano essere mezzi per raggiungere il fine, strumenti utili all’obiettivo, ma sono diventati pura organizzazione, priva di contenuti, simili l’uno all’altro nei meccanismi di funzionamento: personalizzati, verticistici, affaristici. E fatalmente sono andati in crisi.

Ora tocca ricostruire la politica e le sue forme. E lo dobbiamo fare con il metodo della nonviolenza.

Quale sia questo metodo è scritto chiaramente nella Carta del Movimento Nonviolento:

l’esempio (incominciamo noi, personalmente, a fare una nuova politica, pulita);

l’educazione (educhiamo i giovani e rieduchiamo gli adulti alla passione per l’impegno pubblico);

la persuasione (forza interiore con la quale contrastare quella distruttiva della violenza);

la propaganda (diffondere l’ideale della nonviolenza per realizzarne l’organizzazione);

la protesta (avere la capacitò di dire i “no” necessari per non diventare complici);

lo sciopero (strumento essenziale per rivendicare la dignità e il diritto al lavoro);

la noncollaborazione (rifiutarsi di collaborare con il male, viene ancor prima che fare il bene);

il boicottaggio (applicare una forza morale, di rinuncia, per colpire economicamente un’ingiustizia);

la disobbedienza civile (disobbedire alla legge ingiusta, accettare la pena, per una legge migliore);

la formazione di organi di governo paralleli (nasce il nuovo potere che sostituirà quello vecchio).

Mao Valpiana

4 maggio 2013

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