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 L'Arena 23 ott 2013Il Comune e l’Hellas si costituiscano parte civile
Da città dell’amore a città della violenza
Verona può rinascere con la nonviolenza
 
Condannare, esecrare, indignarsi… non basta più.
Occorre agire per stroncare la violenza cieca che dilaga e infanga Verona.
Non è tollerabile il rischio di venire pestati a sangue mentre si passeggia per le vie della città.
Non è un fatto isolato, non sono “pochi balordi”, ormai è avvenuto troppe volte.
Nessuno può chiamarsi fuori. Ognuno deve fare la propria parte per non collaborare con la violenza.
Il Movimento Nonviolento si costituirà parte civile nel processo per i fatti di Ponte Navi.
Chiediamo che anche l’Amministrazione comunale e la Società Hellas Verona Footbal Club si costituiscano parte civile, per dare un segnale chiaro ed inequivocabile: i violenti non fanno parte della nostra comunità, lo sport sano ripudia chi usa la violenza.
Il pestaggio di Ponte Navi è l’ennesimo campanello d’allarme. Guai a non prestare la dovuta attenzione. Quei quattro energumeni con il mito della violenza fine a se stessa, sono il frutto di una società carica di violenza strutturale. Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto se gli aggressori fossero stati stranieri. Si sarebbe invocata la pena di morte. Sarebbe stato chiamato l’esercito a presidiare il territorio. Invece si scopre che la violenza cieca viene dal ventre molle della città (come in altre occasioni, liceali figli della borghesia o semianalfabeti figli del proletariato).
Non sono fatti isolati. E’ un fenomeno che esiste da anni. Troppo spesso sottovalutato, a volte addirittura tollerato o giustificato. E’ a Verona che prende corpo la violenza purificatrice di Ludwig, prime metastasi di un corpo malato. Poi, negli anni, le violenze dentro e fuori lo stadio, le scorribande del sabato sera, le aggressioni di gruppo, i pestaggi e le bombe, i saluti romani, i manichini impiccati, le bandiere naziste. Fino al tragico omicidio per “una sigaretta negata”. Ogni volta tutto viene messo a tacere come caso unico, estremisti isolati, frutti marci.
Invece Verona deve imparare a guardarsi, senza nascondere il proprio lato impresentabile.
Vivere sullo stereotipo della “città dell’amore” non serve più.
Occorre ammettere di essere anche una “città violenta”. Violenta nei disvalori, nella ricchezza, nell’ipocrisia. La città dei due pesi e due misure. Solo riconoscendosi per quello che è, nel bene e nel male, Verona potrà ritrovare se stessa. Bisogna saper essere impietosi anche nella ricerca della verità storica recente. Questa è una città che si è arricchita ed è cresciuta durante il fascismo, che ha fatto affari d’oro anche nel periodo buio della Repubblica di Salò. Pochi anni dopo è stata pronta a fare nuovi affari con gli americani liberatori e occupanti. Poi è stata la città che ha ospitato oscure trame eversive. Ma è anche la città dei missionari, del volontariato, del pacifismo.
Analizzare senza paura e senza rancore il proprio passato aiuta a scrivere un futuro migliore.
Tocca alle agenzie educative diventare protagoniste. Alle istituzioni, alla scuola, alla chiesa, alle famiglie, anche e soprattutto ai mezzi di informazione. Per curare la malattia bisogna creare gli anticorpi. Bisogna valorizzare le tante realtà positive che esistono, dare spazio alle iniziative nonviolente, riscoprire e sostenere la Verona dell’accoglienza, della tolleranza, dell’ospitalità, della solidarietà, della cultura.
La nonviolenza attiva (che è stata ignorata, irrisa, sbeffeggiata, ridicolizzata) è lo spartiacque, la pietra angolare su cui ricostruire rapporti civili.
La nonviolenza è l’antidoto e può essere la chiave per ritrovare l’anima di Verona.
 
 
Mao Valpiana
presidente nazionale del
Movimento Nonviolento
 
Verona, 20 ottobre 2013
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