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Sono più di vent’anni, da Tangentopoli del 1992, che l’opinione pubblica desidera una riforma della politica, un dimagrimento dei partiti, il rinnovo delle istituzioni.

Sulla spinta del “via i ladri dal Palazzo”, sono nati (e morti) movimenti come i girotondini, il popolo dai fax, il popolo viola, ed anche partiti e carriere personali: la Rete di Leoluca Orlando, l’Italia dei Valori di Tonino Di Pietro, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

Si è cominciato con l’abolizione delle preferenze, per non favorire le cordate dei soliti noti, e il risultato sono le liste bloccate e i collegi uninominali. Subito dopo la scure è caduta sul finanziamento pubblico dei partiti (sostituito da finanziamenti privati e dall’introduzione del 2 per 1000 nella dichiarazione dei redditi). Basta con i vecchi simboli, via libera ai nomi dei capi partito nelle schede, e non importa se si registra il calo dei tesseramenti, poiché i congressi lasciano il posto alle “convention”, dove non si vota ma si applaude.

Poi è venuto il momento della critica al bicameralismo: una Camera basta e avanza, e quindi stop al Senato (senza badare al fatto che abolendo i senatori si diminuisce il numero dei rappresentanti popolari). Anche gli Enti intermedi sono sembrati di troppo: via le Province (e conseguentemente anche i servizi di loro competenza) mentre le Regioni, dopo gli scandali diffusi, diminuscono il numero dei consiglieri, tagliano i vitalizi e i finanziamenti ai gruppi.

I poteri dei consigli comunali sono stati svuotati, dando più deleghe a Giunte e Sindaci; i consigli di quartiere esprimono solo pareri non vincolanti: concentrazione di potere verso l’alto, senza più potere di controllo.

Mettendo mano alla legge elettorale è stato abolito il proporzionale per introdurre il sistema maggioritario: il premio di maggioranza permette di governare anche con percentuali basse in termini di voti effettivi, ma siamo tutti contenti perchè “la sera delle elezioni si sa chi ha vinto”. Infine sono state introdotte per prassi le cosiddette primarie che spesso servono solo a legittimare le scelte fatte dai gruppi dirigenti.

Ora, dopo 20 anni di rottamazione, è il momento di fare un bilancio. Qual è lo stato dell’arte della politica italiana? Riforme, novità, semplificazione del sistema, che risultati hanno dato?

Vediamo. Siamo il paese più corrotto d’Europa. L’astensionismo è in crescita; in picchiata invece la fiducia degli italiani nelle istituzioni (era del 40% nel 2005, oggi è al 20%); i politici sono ridotti a presenze da avanspettacolo nei salotti televisivi, buoni solo per essere presi in giro dai comici, mentre lo spazio lasciato libero da una politica sempre più debole, è stato occupato da gruppi di potere che hanno messo le mani sulla cosa pubblica (o, meglio, sui soldi pubblici). Le vicende di Expo, Mose e Mafia Capitale la dicono lunga… e non è ancora stato scoperchiato il pentolone maleodorante di “militaropoli”. Durante la crisi solo il comparto delle spese militari non è stato intaccato dai tagli. Il governo ha riconfermato interamente il progetto di acquisto degli F35; l’Italia nel 2014 ha bruciato per la difesa militare almeno 23,6 miliardi di euro, cui bisogna aggiungere 5,4 miliardi in programma per nuove spese per la Marina (dal ministero dello Sviluppo economico) con stanziamenti per una nuova portaerei, di cui dopo la Garibaldi e la Cavour nessuno sentiva la mancanza (tanto per fare un raffronto, l’inchiesta su Mafia Capitale vale “solo” 1,3 miliardi).

Era questo ciò che volevano i sostenitori del “nuovo che avanza”?

L’antipolitica e l’anticasta, che hanno messo tutti nello stesso calderone, hanno compiuto un grave errore: per attaccare i costi della politica hanno sacrificato anche i costi della democrazia; così oggi abbiamo meno politica, meno democrazia e dunque meno partecipazione e meno controllo. Le desolanti conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Una responsabilità enorme ce l’ha certamente anche l’informazione (a volte distorta ad arte) che per anni ha messo alla gogna la categoria dei “politici”; potenti gruppi economici, proprietari di testate giornalistiche o televisive, hanno aizzato l’opinione pubblica contro la politica (“è tutto un magna mangna”); risultato: il campo libero se lo sono preso le lobby degli appalti pubblici.

Come nel gioco dell’oca siamo tornati alla casella di partenza.

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