Verso le elezioni amministrative a Verona

La realtà

La politica ha le sue regole, non tenerne conto è un errore imperdonabile. Il sistema elettorale, con metodo proporzionale con sbarramento per l’attribuzione dei seggi alle liste, ma con premio di maggioranza per la coalizione vincente, ha un peso non indifferente nella preparazione della campagna elettorale. Partiti e movimenti sono incentivati, da un lato, a presentare il proprio simbolo, e dall’altro ad unirsi in coalizione per sostenere un sindaco possibilmente vincente. E qui sta il punto, a mio avviso, decisivo. E’ il candidato sindaco che fa la differenza, più che il programma o i simboli. L’elettorato ha ormai digerito il nuovo sistema e darà il suo consenso al candidato sindaco che gli piace più che al partito o alla lista civica che lo presenta. Certo, il sindaco da solo non basta, ci vuole poi anche una buona squadra capace non solo di governare ma anche di dialogare e raccogliere voti. Il candidato sindaco dev’essere popolare (conosciuto), aggregante, convincente, deve saper mediare, deve saper raccogliere consensi oltre i propri confini naturali.

Tuttavia è legittimo anche presentare un candidato sindaco identitario, di bandiera, capace di rafforzare la propria area politica, che abbia la possibilità, poi, di sostenerne un altro al ballottaggio o di ritagliarsi un ruolo oppositivo. Anche di questo è fatta la democrazia.

Recentemente, però, abbiamo anche visto candidati sindaci del tutto sconosciuti che hanno vinto, più che per la forza del loro simbolo, per la debolezza delle altre proposte. E’ accaduto a Roma e a Torino, dove hanno perso (voti e credibilità) le amministrazioni precedenti, lasciando praticamente campo libero alla nuova proposta (al di là del nome e del programma).

Lo scenario

A Verona la situazione è diversa. Il sindaco uscente (al momento non sappiamo ancora se avrà o meno possibilità di rientro) non ha più il vento in poppa come qualche anno fa, ma gode ancora, tutto sommato, di un certa popolarità locale, anche se non più maggioritaria. Il centro-destra (di cui mi occupo poco) appare diviso in due famiglie, ma non è detto che alla fine non sappia unirsi; in ogni caso il ballottaggio per loro è assicurato. Poi c’è il M5S (di cui non mi occupo), che cura solo il proprio orto e tiene fuori gioco il consenso raccolto senza usarlo per fare politica. Un’altra storia.

Nel centro-sinistra (siamo di manica larga, mettiamoci dentro tutto), la strada sembra ormai tracciata. Da un lato il PD andrà alle primarie il 19 febbraio (ad oggi con le candidature di Franchetto e di Fermo, ma certamente altri nomi si aggiungeranno), dall’altro una coalizione di Sinistra italiana, Rifondazione e qualche formazione civica sosterrà la candidatura di Bertucco.

Questo è lo scenario ad oggi, con poche probabilità, quindi, di un cambiamento negli equilibri politici veronesi. La vera partita la si giocherà nel centro-destra. Tuttavia in politica non bisogna “mai dire mai” e tutto è possibile fino all’ultimo. Gli elettori sono in gran parte disorientati, sfiduciati, scettici. C’è una prateria aperta, fatti di voti in libera uscita, da conquistare. Ma bisogna avere la proposta giusta.

La politica

Certamente io non ho la bacchetta magica, e penso che nessuno abbia in tasca la soluzione geniale per portare “la sinistra che non c’è” a governare la città. In politica non ci sono ricette che si possano improvvisare. Si ha in mano oggi quello che si è seminato ieri. E se fino a ieri si è seminato una presenza di necessaria opposizione ma senza costruire una prospettiva credibile di governo, non ci si può aspettare molto. Non basta fare elenchi programmatici, sognare la Verona che vorremmo, organizzare convegni e conferenze stampa. Il programma su cui lavorare c’è già, più o meno lo stesso da vent’anni, e deve tenere conto delle limitatissime risorse a disposizione: chiudere definitivamente le procedure per il Traforo; una politica della mobilità che riduca il traffico privato e potenzi quello pubblico (il Filobus dev’essere in sede propria); stop ad ogni nuovo insediamento, stop al consumo di territorio; una politica dei servizi sociali con attenzione ai meno abbienti e agli anziani; salvaguardia e valorizzazione del verde, sottraendo l’Arsenale alla privatizzazione; politica della cultura e del turismo; sicurezza del territorio e valorizzazione dei quartieri; politica ambientale per le aziende municipalizzate, ecc. Ce n’è già abbastanza.

Avere il programma e il personale politico sono due elementi decisivi ma non ancora sufficienti per influire sullo stato della cosa pubblica. Ci vogliono anche le condizioni politiche per poter agire, e soprattutto un consenso elettorale, culturale e sociale diffuso. Un’idea (programma), chi la sa rappresentare (candidato/a), una strategia per metterla in atto (politica): fuori da questa triade meglio sarebbe saltare un turno, altrimenti i sogni restano sogni, con il rischio, al risveglio, di vederli trasformati in incubi.

La nonviolenza

E arriviamo alla questione centrale: “la sinistra che non c’è”. Sinistra di governo, di opposizione, antagonista, di dialogo, storica, nuova, unita, altra, ecc. … se abbiamo sempre bisogno di un aggettivo per specificare di quale sinistra stiamo parlando, forse è perchè abbiamo perso il senso stesso della parola “sinistra”. Questo è il punto.

Io penso che la sinistra ci sia e abbia ancora un senso, ma deve affrontare con umiltà un processo di rigenerazione radicale. Doveva farlo anni fa, occasioni ne ha avute tante, e le ha perse tutte… è passata attraverso arcobaleni, fabbriche, laboratori, cantieri, ma non ha mai messo in discussione se stessa, i propri peccati originali. La cruna dell’ago attraverso la quale ora deve passare è stretta e si chiama nonviolenza (proprio quella nonviolenza cui si è riferito Papa Francesco nel suo documento del primo gennaio 2017: “Nonviolenza, stile di una politica per la pace”); è la stessa nonviolenza politica che incarnava la lungimiranza del pensiero/azione di Alexander Langer, ancora largamente incompresa in tanti mondi “di sinistra”. Infatti la nonviolenza in politica andrebbe applicata innanzitutto all’interno dei partiti o dei movimenti, a partire dai processi decisionali, dalla leadership, dalla capacità di dialogo. Applicare “la forza della verità” nella politica e nelle istituzioni è forse la sfida più grande. Nonviolenza come politica per la conversione ecologica e della convivenza. La Sinistra sta a questa politica come l’Antico al Nuovo Testamento. Oggi più che mai c’è bisogno di una scomposizione e ricomposizione degli schieramenti su questi assi portanti. “Solve et coagula”, la formula alchemica richiamata da Langer per evolvere e rigenerare se stessi. La crisi sociale, economica, culturale, politica che stiamo vivendo impone questa evoluzione.

L’alternativa è il rischio di vedere attuata la terribile profezia che Aldo Capitini faceva già nel 1945: «Nelle città, nei paesi e nelle campagne specialmente, vedo folle di giovani e di ragazzi inerti, che non hanno canzoni, non incontrano apostoli, non sanno come salutare, che grido lanciare, che non può e non deve essere piú quello di odio a un uomo e a un regime scomparsi. O dare tutto questo, un’alta passione, un’alta visione, o non ci meraviglieremo se dilagherà la tendenza a un individualismo scettico peggiore della morte».

Per vedere e praticare il futuro dobbiamo “superare le cornici”, uscire dalle contrapposizioni ostili, e fare politica evitando di mettersi in cattedra, di erigere dei muri alla comprensione, di costruire risposte che funzionano sempre, per tutto, indipendentemente dalle sollecitazioni della realtà. Dobbiamo trovare le soluzioni moltiplicando le possibilità di scelta e le opzioni di cambiamento. Bisogna praticare nuove strade, valorizzare esperienze di “utopie concrete” che già sono vive nella società, a volte poco visibili ma determinanti per costruire il cambiamento.

In conclusione

Non ho una vera e propria proposta politica da avanzare, ma un suggerimento di metodo lo posso dare. Anzichè criticare o contrastare le scelte altrui, chi ha qualche idea da mettere in campo, lo faccia solo se è disponibile a coinvolgersi in prima persona. Andiamo alla ricerca di candidati credibili, spendibili, che diano corpo alle differenze, alla pluralità dei bisogni e delle competenze. Superiamo i conflitti cercando un compromesso al rialzo. Forse in questo modo uscirà nelle prossime settimane il nome messianico, centripeto, con una propria forza gravitazionale, che saprà unire, convincere non solo gli addetti ai lavori, ma soprattutto gli elettori. A Verona le risorse non mancano, vecchie e nuove, nei partiti, nei movimenti, nelle associazioni del mondo laico e cattolico.

E per dare un senso a questo scritto, comincio da me stesso: se mai qualcuno mi chiedesse di ricoprire un qualsiasi ruolo in una buona squadra politica o in qualche dignitoso comitato elettorale, non farò mancare il mio contributo al lavoro collettivo.

Il futuro della nostra bella città ha bisogno dell’impegno di tutti, persino di un vecchio evergreen come me.

Mao Valpiana

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