La “notizia” c’è ed è clamorosa: negli ultimi 10 anni di recessione e di tagli generalizzati a tutti i comparti sociali, la spesa pubblica militare italiana è invece aumentata del +21% con una crescita costante anche per il 2018. Ma un’inchiesta giornalistica su “militaropoli” e una trasmissione in prima serata sulle spese militari italiane non le abbiamo ancora viste. I conduttori da salotto (da Vespa a Floris, da Fazio a Giletti), sembrano interessati ad altro.

C’è una “grande causa” che piace tanto ai giornalisti dei talk show urlati: la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”. E’ una campagna in atto da anni che porterebbe ad un risparmio per lo stato di 76 milioni annui (cifre Inps), cioè 208.000 euro al giorno. Dunque, ogni italiano risparmierebbe ben 1 euro e 20 centesimi all’anno. E’ una bandiera facile da portare, che raccoglie un consenso generalizzato. Forse per questo maggioranza e opposizione fanno a gara a chi la spara più grossa. Due capi partito, Renzi e Di Maio, hanno già annunciato che – se la Legge Richetti in discussione al Senato non dovesse passare – ne faranno un tema forte anche per la prossima campagna elettorale.

Altre cifre, ben più importanti, invece non vengono messe in discussione. Anzi, si tenta di nasconderle. Silenzio totale sul tema, forse per non disturbare gli alti vertici che contano davvero. La Legge di bilancio 2018 prevede un ulteriore aumento delle spese militari, un +4%: si arriverà cioè alla cifra mai raggiunta prima di 25 miliardi, cioè 68 milioni al giorno, una spesa media annuale per ogni italiano di 416 euro. Le spese militari corrispondono all’1,42% del PIL. Il risparmio sui vitalizi corrisponderebbe allo 0,0025%.

Scriviamolo in cifre, per capire meglio di cosa stiamo parlando:

Spese militari =  25.000.000.000 euro
Risparmio vitalizi =    76.000.000 euro

Ora, la domanda viene spontanea: perché si fa un gran parlare dei vitalizi e c’è un silenzio totale sulle spese militari? Attaccare deputati e senatori è facile e divertente. Mettere sotto accusa generali, banche, industrie, crea qualche timore e tocca interessi inconfessabili. Che sia questa la spiegazione?

Leonardo-Finmeccanica – l’azienda di cui il governo italiano è l’azionista di maggioranza – ha completamente dismesso la tecnologia civile a vantaggio di quella militare, che esporta in tutto il mondo (da 2,1 a 14,6 miliardi di euro, anche in pesante violazione della legge 185/90 sul commercio delle armi, che non consente la vendita ai regimi ed ai Paesi in guerra); questo mentre siamo l’ultimo Paese europeo (dati Eurostat) per spesa pubblica in istruzione, cultura e per numero di laureati. Il 71% del budget totale del Ministero per lo Sviluppo Economico è destinato all’acquisizione di nuovi armamenti “made in Italy”. Ne deriva che l’economia profonda del nostro Paese – quella che attira la spesa pubblica, opera gli investimenti tecnologici e moltiplica i profitti privati – è una vera e propria economia di guerra.

C’è un’altra considerazione da fare. L’abolizione dei vitalizi, a parte penalizzare solo una ben determinata categoria (ad es. non vengono toccate le pensioni d’oro dei generali né i tanti privilegi riservati alla casta militare), non mette in discussione nulla, lascia il sistema com’è. Il taglio delle spese militari, invece, modificherebbe sostanzialmente il sistema-paese: libererebbe l’Italia dalla sudditanza Nato (che ci ha chiesto di portare la spesa militare ad attestarsi al 2% del PIL entro il 2024, cioè raggiungere la cifra record di 40 miliardi l’anno! – richiesta prontamente accolta, senza nessuna attenzione mediatica, da un atto di indirizzo della Commissione Difesa) e recupererebbe ingenti risorse da investire subito in dividendi di pace.
Se non si aggredisce il tabù dell’economia di guerra (a vantaggio di pochi) non è possibile impostare una sostenibile economia di pace, civile e sociale (a vantaggio di tutti).

Ma evidentemente ai vari Vespa-Floris-Fazio-Giletti le cose stanno bene così: meglio un punto in più di auditel con i vitalizi, che un’inchiesta seria sul militarismo.

Guardare il dito anziché la luna.

Mao Valpiana

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