Cinquant’anni fa, nell’ottobre del 1968, il leader socialista Pietro Nenni annotava nel suo diario: “E’ morto il prof. Aldo Capitini. Era un’eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia. Lo conoscevo poco di persona. Invece avevo con lui una vecchia collaborazione epistolare nel senso che mi scriveva sovente di ognuno dei problemi morali della società contemporanea. Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello.”
Infatti, se oggi la nonviolenza ha piena cittadinanza politica in Italia, lo dobbiamo principalmente ad Aldo Capitini (1899-1968), filosofo e fondatore del Movimento Nonviolento.


Già negli anni trenta Capitini scopre la dimensione politica di Gandhi e intravede nella non-collaborazione la forza capace di sconfiggere l’oppressione del regime fascista e la via della resistenza nonviolenta all’ormai vicino secondo conflitto mondiale.
Capitini studia il pensiero e l’azione del Mahatma (nonmenzogna, noncollaborazione, nonviolenza) e introduce nel dibattito etico-politico il discorso sui mezzi e fini, concentrandosi soprattutto sul “metodo” per portare avanti la lotta: “fra mezzi e fini vi è la stessa relazione che esiste fra seme e albero”. E’ nel 1929 che Capitini rompe con la Chiesa cattolica proprio per l’alleanza lateranense tra croce e moschetto e per la mancata opposizione cattolica al fascismo: «Se avesse voluto [la Chiesa] avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana», fu invece «ancora una volta alleata dei tiranni». Captini fa dunque la sua prima obiezione di coscienza e dice No alla Chiesa, ne esce e si pone come “libero religioso”.
Tra il 1931 ed il 1943 diventa quindi un punto di riferimento importante per molti giovani. Imposta un’opera religiosa nel significato proprio della parola, cioè nel senso che in tempi di grande disorientamento egli seppe collegare e unire persone, giovani, intellettuali, operai, gente del popolo, dando loro una speranza. Rovesciando l’antico detto latino “si vis pacem, para bellum” Capitini imposta il suo lavoro culturale sull’ipotesi “se vuoi la pace, prepara la pace”.
Nel 1932 avviene la seconda rottura, quella anche formale con il regime. Allora era il segretario della Scuola Normale di Pisa. Rifiuta la tessera del Partito Nazionale Fascista, necessaria per mantenere il posto di lavoro. Capitini fa la sua seconda obiezione di coscienza, dice No al fascismo, si pone in antitesi e rimane isolato sul piano politico.
In una lettera ai familiari scritta il 2 gennaio 1933 mostra la consapevolezza del gesto compiuto; alla madre dice: “Faccio quello che è giusto e non temo nulla”. E al fratello: “Essendo io dunque contrario alla violenza, non posso dirmi fascista e compiere l’ipocrisia di iscrivermi o la viltà di cedere”. Nella lettera ufficiale di dimissioni dal suo impiego, il 4 gennaio 1933, scrive: “Ho preso in esame per molto tempo dal punto di vista religioso il problema della violenza e l’insegnamento ad aver fiducia in essa, e mi è sembrato che quell’insegnamento sia un errore e riveli mancanza di profonda fede nello spirito”.
Capitini vuole anche interiorizzare la sua profonda scelta antifascista, non solo politica, ma anche etica, intima, e compie una terza personale obiezione di coscienza: rompe con le abitudini sociali, esce dal conformismo, diventa vegetariano, dice No alla violenza verso gli animali. E’ lui stesso che spiega così questa scelta: “Divenni vegetariano, perché vedevo che Mussolini portava gl’italiani alla guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si sarebbe sentita maggiore avversione nell’uccidere gli uomini”.
A questo punto è pronto per elaborare ed esplicitare la sua posizione di antifascismo nonviolento, facendone un centro di opposione attiva.
Elenca così i suoi rifiuti (ancor oggi attualissimi), i suoi 12 No:
1. al nazionalismo;
2. all’imperialismo;
3. al centralismo assolutistico e burocratico;
4. al totalitarismo;
5. al prepotere poliziesco;
6. all’esaltazione della violenza;
7. al finto rivoluzionarismo attivista;
8. all’alleanza con il conservatorismo della chiesa;
9. al corporativismo;
10. al rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di educazione;
11. all’ostentazione delle poche cose fatte, dilapilando immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno;
12. all’onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianameute la grossolanità, la mutevolezza, l’egotismo, l’iniziativa brigantesca, la leggerezza nell’affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piú possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perché lo splendore stia nei valori puri della libertà, della giustizia, dell’onestà, della produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no, nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei valori.
La non-collaborazione con i mali del fascismo si doveva quindi trasformare in programma costruttivo e in un cambiamento (politico e intimo) che doveva avvenire subito, senza rinvio a tempi migliori.
“Perciò il fascismo, nel problema dell’Italia di educarsi a popolo onesto, libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente nell’organismo e venuta fuori, l’ostacolo che doveva, per il bene comune, essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in questo lavoro sé e persuadendo gli altri italiani”.
Nel dopoguerra non aderisce ad alcun partito, e così Capitini, che fu tra i primissimi ed i pochissimi a rifiutare da subito il fascismo e che tanto fece e patì durante il regime di Mussolini, venne lascito fuori dalla Costituente. Da solo inizia un lungo lavoro per l’affermazione del metodo della nonviolenza. Fino alla morte è attivissimo: fonda i Centri di Orientamento Sociale, il Movimento di Religione, il Centro di coordinamento internazionale per la Nonviolenza, la Società Vegetariana Italiana, l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola pubblica, la Consulta Italiana per la Pace, il Movimento Nonviolento. Scrive e pubblica moltissimo: La realtà di tutti, Nuova socialità e riforma religiosa, L’atto di educare, Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, Religione aperta, Colloquio corale, Rivoluzione aperta, L’obiezione di coscienza in Italia, Battezzati non credenti, L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, La compresenza dei morti e dei viventi, Educazione aperta, Le tecniche della nonviolenza. Fonda e dirige anche due riviste: Il potere di tutti e Azione nonviolenta. Nell’elaborazione del suo pensiero e del suo agire politico mantiene sempre la centralità dell’opzione antifascista nonviolenta.
Il mondo laico e quello religioso guardano oggi alla nonviolenza riconoscendo che non si può più prescindere da un confronto con essa. Questo è certamente un bene, anzi, è l’unico motivo che ci fa guardare avanti con qualche speranza, l’unica luce nel buio che ci circonda.
I movimenti nonviolenti non pretendono di esaurire in se stessi la proposta della nonviolenza che, come diceva Gandhi, è “antica come le montagne”, ma la via italiana alla nonviolenza non può che passare da questa storia e dalle strade percorse da Aldo Capitini.
Ancor oggi l’antifascismo deve essere nonviolento, o non è antifascismo.

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