Lo scandalo di Martin Luther King: il potere dell’amore nero e americano

Il 4 aprile di cinquant’anni fa, Martin Luther King si stava preparando in albergo prima di recarsi ad un comizio indetto per quel giorno. Dopo essersi annodato la cravatta uscì sul balcone. La pallottola, sparata da un fucile di precisione, lo colpì a morte. Aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso che aveva tenuto la sera prima, aveva detto: “Desidero soltanto compiere la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna. Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore.”
Nella sua teoria e pratica della nonviolenza Martin Luther King si è ispirato al mahatma Gandhi: “Se l’umanità deve progredire, la figura di Gandhi è imprescindibile”. Per King la forza della nonviolenza era il potere dell’amore: “Ma quando parlo d’amore non parlo di una debole e sentimentale corresponsione. Parlo di quella forza che tutte le grandi religioni hanno considerato come il supremo elemento unificatore della vita. L’amore è in qualche modo la chiave che apre la porta che conduce alla realtà ultima”.
Egli ha avuto due avversari: il razzismo del potere bianco e la violenza delle pantere nere. Ha quindi dovuto impostare sempre una strategia su due fronti e alla fine la sua nonviolenza ha vinto e convinto: “La compassione e la nonviolenza ci aiutano a considerare il punto di vista del nemico, ad ascoltare le sue domande, a conoscere il suo giudizio nei nostri confronti. Giacché dal suo punto di vista possiamo davvero scorgere la fondamentale debolezza della nostra propria condizione, e se siamo maturi possiamo imparare, crescere e trarre profitto dalla saggezza dei fratelli che sono definiti come i nostri avversari”.


La nonviolenza di Martin Luther King ha lasciato un segno indelebile su tutta l’umanità e ci ha insegnato con i fatti che il vero amore fa bene a chi lo fa e a chi lo riceve: “L’approccio nonviolento non cambia subito il cuore dell’oppressore. Agisce prima sui cuori e le anime di coloro che vi si impegnano. Dà loro una nuova dignità; risveglia risorse di forza e coraggio che non sapevano neppure di possedere. Infine raggiunge l’oppressore e scuote la sua coscienza al punto che la riconciliazione diventa una realtà”
Il sito dell’associazione americana “Peaceful Tomorrows” (gruppo “Per un Domani di Pace” fondato da 80 famiglie di vittime dell’11 settembre che cercano un’alternativa nonviolenta alla guerra contro il terrorismo internazionale) si apre con una significativa citazione del Rev. Martin Luther King Jr.:

“Il passato è profetico nella misura in cui afferma che le guerre sono poveri scalpelli per scolpire domani di pace. Un giorno dovremo accorgerci che la pace non è solo un obiettivo lontano da raggiungere, ma è il mezzo per raggiungere quell’obiettivo. Dobbiamo perseguire fini di pace con mezzi di pace. Per quanto tempo ancora dovremo continuare i nostri giochi di morte e di guerra prima di ascoltare l’appello doloroso degli innumerevoli morti e mutilati delle guerre passate?”

Per comprendere la grande influenza che il pensiero e la prassi di King hanno ancora sul movimento pacifista mondiale, confermata dalla enorme manifestazione “March for our lives” del 24 marzo scorso che ha invaso le strade di Washington contro la violenza delle armi, è interessante capire come King sia arrivato all’opzione nonviolenta, e come la sua strategia si è evoluta nel tempo.

Montgomery è la capitale dell’Alabama.
Martin Luther King, pastore battista, vi è arrivato nel 1954 come guida di una delle più importanti chiese nere della città, che a quell’epoca è composta da 70.000 bianchi e da 50.000 neri; il 63 % delle donne nere sono domestiche presso i bianchi, il 94% delle case bianche ha i servizi igienici, contro il 31% di quelle dei neri; il reddito medio dei bianchi è il doppio di quello dei neri; i tassi di alcolismo, delinquenza e disoccupazione sono molto più alti tra i neri che tra i bianchi; gli iscritti neri nelle liste elettorali sono solo 2.000 contro i 30.000 neri maggiorenni. Nella città vige il regime segregazionista: scuole, giardini pubblici, servizi sono tutti separati. I migliori sono riservati ai bianchi, i peggiori ai neri. I posti nei cinema, nei teatri, negli autobus sono separati. Nei negozi i neri vengono serviti per ultimi e devono fare la coda. Spesso vengono insultati dai bianchi.

Questo è il contesto nel quale King ha iniziato ad agire. Ma non si può disgiungere l’azione di King, dalla sua fede cristiana. Una fede profonda che Aldo Capitini (in Azione nonviolenta del Maggio 1968) ricostruisce così: “Gesù Cristo come la persona più preziosa del mondo; Dio come Amore; l’amore per i nemici, la condizione del peccatore ed il bisogno della grazia, l’aprirsi della fede all’incontro con il Dio personale, la speranza della unità ecumenica; il Discorso della Montagna ed il metodo gandhiano della resistenza nonviolenta”.

Nato nel 1929, figlio e nipote di un pastore battista della classe media, Martin Luther ha frequentato importanti college in Pennsylvania e a Boston, ed è stato uno dei migliori studenti. Ha conseguito due lauree: in teologia ed in filosofia. Durante gli studi ha approfondito le opere di Thoreau e di Gandhi.
Nel 1955, con un volantino ciclostilato, King organizza il famoso boicottaggio degli autobus, a seguito dell’arresto di una giovane nera di Montgomery, Rosa Parks, che si è rifiutata di cedere il posto ad un bianco. Tutti i neri della città aderiscono in massa alla protesta, che dura 382 giorni. I neri non utilizzano più gli autobus pubblici: vanno a piedi, in taxi, si organizzano con mezzi privati. Un braccio di ferro che mette in ginocchio l’azienda del trasporto pubblico. La vittoria giunge a seguito di una sentenza della Corte Suprema del 13 novembre 1956 che dichiara illegittima la segregazione sugli autobus dell’Alabama.
Con la lotta di Montgomery King diventa un simbolo ed un leader a livello nazionale.
Nel 1958 esce il suo primo libro “In cammino verso la libertà”, che racconta la storia del boicottaggio. Mentre ne firma alcune copie in una libreria a New York, viene accoltellato quasi mortalmente.
Nel 1959, ristabilitosi, compie un viaggio in India per approfondire la conoscenza del metodo gandhiano. Al rientro dal viaggio dice: “Gesù Cristo mi fornisce lo spirito e i motivi; Gandhi mi fornisce il metodo”.
Nel 1962 ad Albany, in Georgia, organizza una campagna nonviolenta contro la segregazione nei ristoranti.
Nel 1963 a Birmingham, epicentro dell’odio razziale, dà avvio ad una vasta campagna contro la segregazione. La repressione è durissima. Lo stesso King, insieme ad altri tremila attivisti neri, viene arrestato. La liberazione arriva per interessamento dello stesso Presidente Kennedy. Intanto l’integrazione arriva nelle scuole, nelle biblioteche e in altri luoghi pubblici.
La rivoluzione nonviolenta nera si estende a tutto il paese. Il 28 agosto King guida la marcia dei 250.000 su Washington. La reazione dei conservatori è brutale: scoppiano le bombe nei luoghi frequentati dai neri, con molti morti.
Nel 1964 King riceve il Premio Nobel per la Pace e, divenuto un leader mondiale, alza il tiro.
Nel 1965 in Alabama avvia la campagna per il diritto del voto ai neri.
Nel 1966 si trasferisce a Chicago fra i baraccati neri, e conduce una campagna per i loro diritti sociali, civili, economici. Mentre fa un comizio subisce un altro attentato.
Nel 1967 si schiera con il movimento pacifista contro la guerra del Vietnam.
Nel 1968 è a Memphis, nel Tenessee per organizzare manifestazioni di appoggio agli spazzini neri della città che rivendicano il diritto di iscriversi ad un sindacato. Il 4 aprile viene assassinato. Giusto in tempo per impedirgli di dare vita alla “Grande marcia di emancipazione dei poveri attraverso l’America” che aveva organizzato per l’estate a Washington: come atto provocatorio proprio davanti alla Casa Bianca avrebbe fatto costruire una baraccopoli: che il Presidente veda come vivono milioni di americani! Si era convinto che era giunto il tempo di trasformare la lotta per i diritti civili dei neri, in lotta per l’emancipazione economica di tutti, bianchi e neri.
In dieci anni di campagne nonviolente, King ha trasformato l’America e se stesso.
Da nero che rivendica dei diritti è divenuto un americano che lotta per migliorare il proprio paese. Non parla più a nome dei neri, ma parla da americano. Nel suo ultimo articolo, dice:
“Le condizioni dei poveri peggiorano; i posti di lavoro diminuiscono; le scuole si rivelano sempre più inadeguate; le cure mediche sono inaccessibili per milioni di poveri…Gli americani sono infettati dal razzismo, ecco il pericolo. Ma paradossalmente essi sono anche contagiati dagli ideali democratici, e questa è la speranza. Mentre essi fanno del male, hanno anche il potenziale per fare del bene. Por fine alla miseria, estirpare il pregiudizio, liberare una coscienza tormentata, creare un domani di giustizia, tutto ciò è degno dell’ideale americano”.

Fra i tanti insegnamenti, a me pare che King ci lasci soprattutto una scrupolosa attenzione al metodo usato nelle lotte. Per educare i neri a viaggiare sugli autobus integrati, senza accettare le provocazioni, King organizza un capillare lavoro nelle scuole, facendo distribuire un volantino contenente “Suggerimenti per gli autobus integrati”:
“Non tutti i bianchi sono contro gli autobus integrati. Accetta la buona volontà che possa venire dalla parte di questi; sii calmo e amichevole; orgoglioso, ma non arrogante; gioioso ma non turbolento; parla il meno possibile e sempre con tono calmo; sii abbastanza amabile da assorbire la cattiveria e la incomprensione al punto da volgere il nemico in amico”.
La disobbedienza civile del movimento di King è dettata dall’amore non dall’odio.
Per King è importante che il rigore nel metodo nonviolento sia mantenuto anche dopo l’abolizione della segregazione. La sua preoccupazione è che “noi non dobbiamo considerare questa come una vittoria sui bianchi, ma una vittoria per la giustizia e la democrazia”.

Ma la sua nonviolenza non è solo una tecnica. E’ insieme mezzo e fine.
“E’ probabilmente vero che molti dei neri non credevano nella nonviolenza come filosofia di vita, ma a causa della loro fiducia nei propri dirigenti e del fatto che la nonviolenza era loro presentata come pura espressione di cristianesimo in atto, essi erano disposti ad usarla come tecnica. Certo, la nonviolenza nel suo vero senso non è una strategia che si possa usare semplicemente come espediente del momento; la nonviolenza è in prima istanza un modo di vita che l’uomo assume per la netta moralità delle sue esigenze. Ma pur ammesso ciò, la volontà di usare la nonviolenza come una tecnica è un passo in avanti. Per chi è andato così avanti in questo passo, è più probabile che adotti poi la nonviolenza come modo di vita”.
Pur mantenendo gli stessi princìpi e la stessa fede, King ha saputo contestualizzare la nonviolenza gandhiana, applicandola alla moderna società americana.
In un’America che ha perso l’anima, impaurita e paralizzata dalla guerra infinita iniziata con Bush e che prosegue con Trump, dove “America first!” è diventata la politica di un fortino che si rinchiude costruendo muri che lo imprigionano, la speranza occidentale può ripartire da Martin Luther King.

* Direttore di Azione nonviolenta

Bibliografia essenziale in italiano.

M.L. King, T. Merton, La rivoluzione negra, La Locusta, Vicenza 1965
M.L. King, La forza di amare, SEI, Torino, 1967
M.L. King, Marcia verso la libertà, Andò, Palermo 1968
M.L. King, Il fronte della coscienza, SEI, Torino, 1968
M.L. King, Oltre il Vietnam, La Locusta, Vicenza 1968
M.L. King, La misura dell’uomo, Morcelliana, Brescia 1969
M.L. King, Perché non possiamo aspettare, Andò, Palermo 1970
M.L. King, Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, SEI, Torino 1970
M.L. King, Pregare con Martin Luther King, a cura di Silvia Albini, Dall’Oglio Milano 1982
M.L. King, Lettera dal carcere di Birmingham, Quaderni di Azione nonviolenta, 1993
M.L. King, Io ho un sogno, scritti e discorsi che hanno cambiato il mondo, SEI, 1993

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L’antifascismo nonviolento di Aldo Capitini

Cinquant’anni fa, nell’ottobre del 1968, il leader socialista Pietro Nenni annotava nel suo diario: “E’ morto il prof. Aldo Capitini. Era un’eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia. Lo conoscevo poco di persona. Invece avevo con lui una vecchia collaborazione epistolare nel senso che mi scriveva sovente di ognuno dei problemi morali della società contemporanea. Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello.”
Infatti, se oggi la nonviolenza ha piena cittadinanza politica in Italia, lo dobbiamo principalmente ad Aldo Capitini (1899-1968), filosofo e fondatore del Movimento Nonviolento.


Già negli anni trenta Capitini scopre la dimensione politica di Gandhi e intravede nella non-collaborazione la forza capace di sconfiggere l’oppressione del regime fascista e la via della resistenza nonviolenta all’ormai vicino secondo conflitto mondiale.
Capitini studia il pensiero e l’azione del Mahatma (nonmenzogna, noncollaborazione, nonviolenza) e introduce nel dibattito etico-politico il discorso sui mezzi e fini, concentrandosi soprattutto sul “metodo” per portare avanti la lotta: “fra mezzi e fini vi è la stessa relazione che esiste fra seme e albero”. E’ nel 1929 che Capitini rompe con la Chiesa cattolica proprio per l’alleanza lateranense tra croce e moschetto e per la mancata opposizione cattolica al fascismo: «Se avesse voluto [la Chiesa] avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana», fu invece «ancora una volta alleata dei tiranni». Captini fa dunque la sua prima obiezione di coscienza e dice No alla Chiesa, ne esce e si pone come “libero religioso”.
Tra il 1931 ed il 1943 diventa quindi un punto di riferimento importante per molti giovani. Imposta un’opera religiosa nel significato proprio della parola, cioè nel senso che in tempi di grande disorientamento egli seppe collegare e unire persone, giovani, intellettuali, operai, gente del popolo, dando loro una speranza. Rovesciando l’antico detto latino “si vis pacem, para bellum” Capitini imposta il suo lavoro culturale sull’ipotesi “se vuoi la pace, prepara la pace”.
Nel 1932 avviene la seconda rottura, quella anche formale con il regime. Allora era il segretario della Scuola Normale di Pisa. Rifiuta la tessera del Partito Nazionale Fascista, necessaria per mantenere il posto di lavoro. Capitini fa la sua seconda obiezione di coscienza, dice No al fascismo, si pone in antitesi e rimane isolato sul piano politico.
In una lettera ai familiari scritta il 2 gennaio 1933 mostra la consapevolezza del gesto compiuto; alla madre dice: “Faccio quello che è giusto e non temo nulla”. E al fratello: “Essendo io dunque contrario alla violenza, non posso dirmi fascista e compiere l’ipocrisia di iscrivermi o la viltà di cedere”. Nella lettera ufficiale di dimissioni dal suo impiego, il 4 gennaio 1933, scrive: “Ho preso in esame per molto tempo dal punto di vista religioso il problema della violenza e l’insegnamento ad aver fiducia in essa, e mi è sembrato che quell’insegnamento sia un errore e riveli mancanza di profonda fede nello spirito”.
Capitini vuole anche interiorizzare la sua profonda scelta antifascista, non solo politica, ma anche etica, intima, e compie una terza personale obiezione di coscienza: rompe con le abitudini sociali, esce dal conformismo, diventa vegetariano, dice No alla violenza verso gli animali. E’ lui stesso che spiega così questa scelta: “Divenni vegetariano, perché vedevo che Mussolini portava gl’italiani alla guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si sarebbe sentita maggiore avversione nell’uccidere gli uomini”.
A questo punto è pronto per elaborare ed esplicitare la sua posizione di antifascismo nonviolento, facendone un centro di opposione attiva.
Elenca così i suoi rifiuti (ancor oggi attualissimi), i suoi 12 No:
1. al nazionalismo;
2. all’imperialismo;
3. al centralismo assolutistico e burocratico;
4. al totalitarismo;
5. al prepotere poliziesco;
6. all’esaltazione della violenza;
7. al finto rivoluzionarismo attivista;
8. all’alleanza con il conservatorismo della chiesa;
9. al corporativismo;
10. al rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di educazione;
11. all’ostentazione delle poche cose fatte, dilapilando immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno;
12. all’onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianameute la grossolanità, la mutevolezza, l’egotismo, l’iniziativa brigantesca, la leggerezza nell’affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piú possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perché lo splendore stia nei valori puri della libertà, della giustizia, dell’onestà, della produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no, nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei valori.
La non-collaborazione con i mali del fascismo si doveva quindi trasformare in programma costruttivo e in un cambiamento (politico e intimo) che doveva avvenire subito, senza rinvio a tempi migliori.
“Perciò il fascismo, nel problema dell’Italia di educarsi a popolo onesto, libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente nell’organismo e venuta fuori, l’ostacolo che doveva, per il bene comune, essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in questo lavoro sé e persuadendo gli altri italiani”.
Nel dopoguerra non aderisce ad alcun partito, e così Capitini, che fu tra i primissimi ed i pochissimi a rifiutare da subito il fascismo e che tanto fece e patì durante il regime di Mussolini, venne lascito fuori dalla Costituente. Da solo inizia un lungo lavoro per l’affermazione del metodo della nonviolenza. Fino alla morte è attivissimo: fonda i Centri di Orientamento Sociale, il Movimento di Religione, il Centro di coordinamento internazionale per la Nonviolenza, la Società Vegetariana Italiana, l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola pubblica, la Consulta Italiana per la Pace, il Movimento Nonviolento. Scrive e pubblica moltissimo: La realtà di tutti, Nuova socialità e riforma religiosa, L’atto di educare, Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, Religione aperta, Colloquio corale, Rivoluzione aperta, L’obiezione di coscienza in Italia, Battezzati non credenti, L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, La compresenza dei morti e dei viventi, Educazione aperta, Le tecniche della nonviolenza. Fonda e dirige anche due riviste: Il potere di tutti e Azione nonviolenta. Nell’elaborazione del suo pensiero e del suo agire politico mantiene sempre la centralità dell’opzione antifascista nonviolenta.
Il mondo laico e quello religioso guardano oggi alla nonviolenza riconoscendo che non si può più prescindere da un confronto con essa. Questo è certamente un bene, anzi, è l’unico motivo che ci fa guardare avanti con qualche speranza, l’unica luce nel buio che ci circonda.
I movimenti nonviolenti non pretendono di esaurire in se stessi la proposta della nonviolenza che, come diceva Gandhi, è “antica come le montagne”, ma la via italiana alla nonviolenza non può che passare da questa storia e dalle strade percorse da Aldo Capitini.
Ancor oggi l’antifascismo deve essere nonviolento, o non è antifascismo.

Appello al voto (4 marzo 2018)

Si vota per scegliere a quali persone e a quali partiti affidare politicamente il futuro delle istituzioni della Repubblica. E’ dunque una cosa tremendamente seria. Una responsabilità personale decisiva.

L’offerta è molto ampia. Bisogna dunque definire priorità e criteri in base ai quali scegliere.

La priorità assoluta è la salvezza dell’ambiente e dell’umanità. Ecologia e pace.

Il criterio è trovare una proposta politica capace di concretezza e possibilità, non solo idealità e testimonianza.

Il voto alla Lista Insieme può essere un buon voto.

E’ un voto ad un programma serio sui temi ambientali e del disarmo.

E’ un voto ad una politica responsabile, non divisiva, aperta al dialogo.

E’ un voto per rafforzare la coalizione di centrosinistra, che può contrastare l’avanzata delle destre, della demagogica, del populismo.

E’ un voto per non disperdere voti (che restano nella coalizione anche se non si dovesse superare il 3% previsto dalla legge elettorale).

E’ un voto per contribuire al superamento del 3% di una lista che si richiama ai valori e allo spirito dell’Ulivo, e a tradizioni politiche importanti (i Verdi, i socialisti, l’area civica).

E’ un voto che può far scattare seggi alla Camera e al Senato eleggendo persone impegnate nei movimenti ambientalisti e per la pace.

E’ un voto per la democrazia e l’antifascismo, contro l’autoritarismo e il fascismo.

E’ un voto fiducioso, contro la paura.

E’ un voto ragionato, non urlato.

E’ un voto consapevole.

Insieme è meglio.

insieme

Alleati e avversari

Grande è la distanza che mi divide da tante politiche dei governi dell’ultima legislatura: l’aumento delle spese e dell’export militare, lo “sblocca Italia”, la “buona scuola”, l’accordo con la Libia, la missione militare in Niger, lo scellerato referendum costituzionale, ecc.

Ma so anche vedere la differenza dai governi delle precedenti legislature, quelli berlusconiani. E so anche vedere le diverse sfumature di un governo a guida Renzi da un governo a guida Gentiloni. Poca roba, diranno i miei 25 lettori, ma questo è quello che passa il convento, e con questo abbiamo a che fare.

Tuttavia le elezioni del 4 marzo ci presentano una prospettiva drammatica: la possibilità reale di un governo dichiaratamente di destra, con Salvini ministro (o, non oso nemmeno pensarlo, Presidente), con il beneplacito di Casapound, il ritorno dell’economia da bancarotta di Brunetta, e le politiche autoritarie di Gasparri, La Russa, Meloni, ecc. Un film horror già visto, con la regia di Berlusconi! L’altra alternativa è un salto nel vuoto dell’incompetenza, dei dilettanti allo sbaraglio, un governo della retorica demagogica del “nuovismo”, salvo poi affidarsi a politiche giustizialiste, antieuropee, di chiusura.

Il proverbio popolare dice “cadere dalla padella alla brace”.

Non si tratta di rifugiarsi “nel meno peggio”, ma di valutare attentamente le proprie scelte e sapere bene chi sono gli avversari e quali possono essere gli alleati per contrastarli insieme con più forza. Oggi i miei avversari sono il centrodestra a guida Berlusconi e il movimento pentastellato a guida Di Maio. Presentano due strade diverse, ma ugualmente avventurose per il futuro dell’Italia. Il rischio che entrambe finiscano con un baratro è elevatissimo.

Vi sono poi altre due scelte rispettabilissime, quelle di LeU e PaP, ma in questa fase le considero isolazioniste, identitarie, nobili ma ininfluenti sul futuro del governo del paese.
Preferisco quindi la difficoltà di stare con gli alleati del centrosinistra, dai quali tante cose mi dividono, ma ce ne sono altrettante su cui si possono trovare convergenze e buoni compromessi. Oggi la priorità è fermare le destre, fare da argine democratico, attuare la “riduzione del danno”.

Dal 5 marzo preferisco continuare ad avere a che fare con il governo del mite Gentiloni piuttosto che con quello del blasfemo Salvini. Allearsi oggi con gli avversari di domani, per contrastare insieme un avversario peggiore, è una strategia compatibile con la nonviolenza. Basta farlo alla luce del sole.

Quindi oggi sono in coalizione con il PD per poterlo avere domani come governo da avversare. Insieme al PD oggi avverso Salvini per poterlo vedere domani all’opposizione in minoranza.
Paradosso (apparente contraddizione con i principi elementari della logica, ma che all’esame critico si dimostra valida) di una politica realista.

Il mio voto alla lista INSIEME, nella coalizione di centrosinistra, è dunque convinto e spero anche convincente. E mi auguro che chi farà scelte diverse, il 5 marzo non debba pentirsi del proprio voto.

Mao Valpiana

Lista INSIEME

Candidato al Senato

Collegio Veneto 2

Cari amici indecisi …

… mancano solo due giorni al voto ed è tempo di scegliere cosa fare domenica nel seggio.

Per quel che mi riguarda io sono nella Lista INSIEME per dare il mio personale contributo a queste difficili elezioni.

– Ritengo che il pericolo maggiore sia rappresentato dalla possibilità di una vittoria della peggior destra presente nella coalizione guidata da Berlusconi.

– Ritengo che il centrosinistra, con tutti i limiti, possa comunque fare da argine almeno sulle questioni del fascismo e del razzismo che covano nella “pancia del paese”, sia per limitare i danni, sia per offrire una proposta reale di governo.

– Ritengo che il PD, e in particolare la politica del segretario Renzi, abbia molte responsabilità, e che proprio per questo sia opportuno rafforzare la componente non compromessa del centrosinistra.

– Ritengo che il programma di INSIEME rappresenti un fronte avanzato sull’ecologia e sul pacifismo: le proposte per l’ambiente e per il disarmo sono chiare ed inequivocabili. Inquinamento e militarismo sono i due nemici reali che abbiamo, e questa è l’urgenza politica.

– Ritengo in particolare che la rinnovata presenza dei Verdi in Parlamento sia una necessità, per questo ho messo a disposizione la mia storia e la mia esperienza, per quel che può valere.

– Ritengo, infine, che anche grazie all’appoggio esplicitato ieri da Prodi (l’unico che con l’Ulivo ha battuto due volte Berlusconi, e non c’è due senza tre …) la soglia del 3% per la Lista INSIEME sia un traguardo a portata di mano, così che nessun voto sarà disperso o regalato, e che valga la pena impegnarsi a fondo nei prossimi giorni per far conoscere la Lista e guadagnare consensi. Io cerco di fare del mio meglio per il futuro del paese.

Ad ognuno di fare qualcosa …

Mao Valpiana

Lista INSIEME

Candidato al Senato

Veneto 2

collegio plurinominale

Verona, Vicenza, Padova