Sulla Marcia, dei pregi e dei difetti (ad un mese dalla Perugia-Assisi)

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Ad un mese dalla Perugia-Assisi del 7 ottobre 2018 è bene fare qualche considerazione su come sta proseguendo la nostra marcia …

La grande partecipazione all’iniziativa, nel cinquantesimo anniversario della morte terrena di Aldo Capitini, ideatore e promotore della prima marcia, ha confermato la necessità per il più vasto movimento per la pace di avere luoghi di incontro e azione comuni. La Perugia-Assisi è stata storicamente, proprio grazie alla prima edizione capitiniana del 1961 (che doveva essere un “unicum”) e alla sua ripresa dopo 17 anni, nel 1978 per volere di Pietro Pinna e del Movimento Nonviolento, la vetrina nella quale il pacifismo italiano espone la propria immagine e le proprie proposte al paese. La marcia, infatti, non è la passeggiata per stare bene con gli amici, non è il corteo per contare se si è in tanti, non è la processione per rinnovare una tradizione, ma è il momento, forse unico, in cui l’opinione pubblica può vedere il movimento per la pace riunito, riconoscerlo e valutare la sua capacità di dialogo con la politica e le istituzioni.

La marcia del 2018 non aveva un obiettivo specifico, unitario, definito, una campagna unificante da proporre, e questo è certamente un errore. Gruppi, movimenti, reti, hanno saputo positivamente esprimere le tante iniziative in corso, ma non si è riusciti a parlare con voce unica. E’ stato un coro polifonico, dal quale comunque è emersa una tematica prevalente, riferita all’attualità politica: l’immigrazione. Gli slogan più diffusi erano “ponti, non muri” e “porti aperti, non confini”, a significare che la marcia di fatto ha avuto anche un carattere antigovernativo. Le 70.000 persone partecipanti (questo il numero più vicino alla realtà) hanno saputo esprimere una grandissima energia, una partecipazione vivace e consapevole, arricchita dalla notevole presenza di giovani e giovanissimi; è mancato però il contenitore dove riporre e valorizzare tanta ricchezza; la domanda espressa non ha ancora trovato una risposta in grado di indirizzare e dare sbocco politico.

I due appelli “ufficiali” letti al termine della marcia, non hanno saputo interpretare nemmeno ciò che la marcia aveva comunque espresso, e non hanno saputo dare nessuna indicazione pratica sul “dopo”. L’appello “Nessuno deve essere lasciato solo!” è una dichiarazione di impotenza: “cerchiamo assieme le soluzioni dei problemi che non sono ancora state trovate e intraprendiamo nuove iniziative per attuarle“, concludendo con l’esortazione “Miglioriamo i nostri pensieri!“. L’altro appello “Il manifesto della cura” fornisce indicazioni ancor più vaghi, inafferrabili: “trovare la clorofilla spirituale che tiene alla ricerca delle cose buone con un pensare sensibile e un sentire limpido“. Evidentemente c’è bisogno di ben altro, e per fortuna i marciatori si sono dimostrati molto più avanti della marcia stessa. Dal meeting per la pace che si è svolto nei giorni precedenti la Marcia, a cura della Rete della Pace, sono emerse pratiche, esprienze e progetti che possono andare a costituire quella Agenda della pace di cui tutti i marciatori hanno sentito il bisogno: –taglio delle enormi spese militari -uscita dal programma di acquisto degli F35 -messa al bando delle armi atomiche -riconversione civile dell’industria bellica -stop all’esportazione di armi che creano morte, migrazioni forzate e profughi che fuggono dalle guerre. I progetti per ricostruire una politica di pace e giustizia sono contenuti nella campagna “Un’altra difesa è possibile”: spostamento delle risorse dal bilancio militare alla difesa civile, non armata e nonviolenta, per i corpi civili di pace, la protezione civile, il servizio civile universale, un Istituto di ricerche per il disarmo.

La priorità è convergere sempre di più su obiettivi comuni, riconoscere la necessità di una campagna coordinata, rafforzare una Rete della pace che sappia dare un senso politico unitario al lavoro che tantissimi fanno sui territori. Solo così la prossima Marcia, magari autoconvocata, proprio perchè di tutti e per tutti, avrà un senso.

Mao Valpiana

presidente del Movimento Nonviolento

Verona, 7 novembre 2018

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Re Mida (al contrario)

Tutto quello che toccano … diventa merda.

I Re Mida al governo del paese hanno un record negativo: anche quando affrontano temi condivisibili, lo fanno in modo talmente maldestro, cialtronesco, arrogante, che distruggono in poco tempo battaglie storiche ed importanti, sulle quali, a fatica, si erano costruite convergenze trasversali.

Faccio solo i due esempio più recenti.

1) Il movimento No Tav ha delle ragioni incontestabili: i costi ambientali di devastazione della Val di Susa; la non economicità dell’opera imponente; l’inquinamento prodotto per la realizzazione decennale delle infrastrutture non è compensato dal beneficio del trasferimento delle merci da gomma a ferro; l’alta velocità a lunga percorrenza penalizza ulteriormente i treni a bassa velocità per il trasporto locale. Negli anni il movimento No Tav aveva elaborato serie proposte alternative, di binari ad alta capacità, di salvaguardia dei luoghi più delicati e fragili, di privilegio del trasporto di merci e locale: insomma, ad opera avviata si poteva trovare un terreno di discussione e mediazione sia nazionale che internazionale. Ora le posizioni propagandistiche, ideologiche e superficiali (e lo scontro interno al governo tra favorevoli e contrari alla mega opera), rischiano di vanificare anni ed anni di mobilitazioni, studi, proposte, contrattazioni locali.

2) Il movimento No Vax, al di là di alcune posizioni inaccettabili, estremiste, antiscientifiche, ha anche delle ragioni che affondano le radici nell’articolo 32 della Costituzione, che garantisce la libertà terapeutica, e nell’articolo 34, che garantisce comunque a tutti il diritto alla scuola; vi sono state proposte e pratiche avanzate (anche in Regioni virtuose) che hanno saputo conciliare il diritto collettivo alla salute e il diritto individuale alle terapie, il diritto all’informazione, la critica anche alla scienza medica (che nell’applicazione non è mai neutrale), senza ledere il diritto dei minori a frequentare la scuola, trovando il giusto equilibrio. Ora alcune posizioni propagandistiche, ideologiche e superifiali di membri della maggioranza, rischiano di vanificare anni e anni di un movimento basato sul principio di precauzione e sul rispetto dei diritti/doveri sanitari per tutti.

Oggi c’è quasi da vergognarsi a proclamarsi No Tav o No Vax, per il pericolo di essere confusi o fraintesi come dei pentastellati sprovveduti.

Con le recenti prese di posizione da campagna elettorale infinita, sostenute da ministri del Governo, che banalizzano e sputtanano due movimenti importanti, è come se si fosse buttato nel cesso un pensiero profondo, su cui tanti di noi si sono formati (penso, ad esempio, a “Nemesi medica” e “Energia ed equità” di Ivan Illich, testi da riprendere in mano e rileggere).

Re Mida si è rovinato perchè tutto quel che toccava diventava oro, e non poteva più nemmeno mangiare. Tutto quel che toccano quelli che oggi sono al governo, lo trasformano in merda, e se la mangiano.

La Marcia Perugia-Assisi è una risposta al governo che calpesta i diritti e sdogana la xenofobia

Caro Roberto Saviano,

c’è un luogo nel quale tutti coloro che risponderanno positivamente al tuo appello potranno trovarsi fisicamente insieme: la Marcia da Perugia ad Assisi del prossimo 7 ottobre.

La “Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli”, come la chiamò l’ideatore Aldo Capitini, può essere la prima risposta forte, corale, nazionale, al governo che calpesta i diritti e sdogana la xenofobia.

A chi sparge odio rispondiamo con la pace. A chi innalza muri e ripristina confini rispondiamo con la fratellanza tra i popoli. Pace e fratellanza: sono queste le due gambe sulle quali da più di cinquant’anni cammina il popolo della Perugia-Assisi.

In quel tragitto, così evocativo, ciascuno può sentirsi a casa, ognuno nella sua diversità e con la sua specificità. La Marcia è di tutti, di tutti coloro che si riconoscono nei valori, laici e religiosi, a fondamento del vivere civile, di solidarietà e condivisione, di tutti coloro che vogliono rispettare e attuare i principi fondamentali della Costituzione italiana: unità della Repubblica, diritti, lavoro, uguaglianza, libertà, laicità, tutela delle minoranze, promozione della cultura, difesa del territorio, diritto d’asilo, ripudio della guerra.

Aldo Capitini era un profeta. Voleva unire cattolici e comunisti sul tema della pace, creare un ponte tra oriente e occidente, vincere la paura atomica, farne il primo punto dell’agenda politica.

Con la lungimiranza della nonviolenza, ci lascia in eredità lo strumento per ripudiare la guerra e la violenza. Oggi possiamo riprendere quel cammino, finalmente senza più ritualità e particolarismi, a partire dal conflitto che ci troviamo di fronte: c’è una guerra in atto della maggioranza politica contro i diritti di tutti (i diritti si misurano sempre a partire dal più debole ed indifeso, che oggi è il migrante che attraversa il mare per cercare aiuto).

Rompere il silenzio, certo, dire una parola per prendere posizione contro la barbarie che cresce, ma anche mettersi in cammino l’uno a fianco dell’altro, per uscire dall’isolamento, può essere decisivo.

Oggi la politica si è armata di odio, il governo incita il cittadino alla difesa armata fai-da-te: l’alternativa a questo precipizio è il disarmo, disarmare il pensiero, disarmare le parole, disarmare le azioni. La nonviolenza è la risposta vincente, capace di moltiplicare gli anticorpi che potranno prosciugare il brodo di coltura nel quale stanno proliferando i batteri dell’ignoranza, dell’egoismo, del fascismo.

Tu citi Sant’Agostino, che ci parlava di politica e giustizia, io ti rispondo con un altro santo, laico, Martin Luther King, il quale diceva: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”. Per questo dobbiamo rispristinare la verità delle parole. Il Vangelo dice: “il vostro parlare sia: sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno”. Diciamolo chiaro che i crocefissi veri, di carne, vivi, vengono ben prima dei crocefissi finti, di plastica, morti. Dire il contrario è blasfemo, è menzogna che viene dal Male. Perciò anche le parole della Marcia dovranno essere chiare e semplice, comprensibili da tutti: no alla guerra e alle armi; no alla violenza; sì alla fraternità, all’accoglienza; sì al dialogo. La scelta è chiara, o di qua o di là. O nonviolenza, o non esistenza.

La Marcia è una manifestazione “dal basso”, che ne comincia tante altre; avvia un’unità che è la massima che si può stabilire in Italia: quella nel nome della pace. La resistenza alla guerra diventa il tema dominante, che ha conseguenze politiche ben precise: no agli enormi stanziamenti per le spese militari, no agli strumenti di morte come gli F35, no all’industria bellica, no all’esportazione di armi nei paesi belligeranti, che creano morte, distruzione, migrazioni forzate e profughi che fuggono dal terrore e dalla miseria. Marciare per la pace è una risposta alla politica globale.

Dunque l’invito agli amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, è quello di mettersi in cammino per la pace, da Perugia ad Assisi.

Saremo in tanti a riprendere in mano la politica della nonviolenza.

Mao Valpiana

24 luglio 2018

L’appello di Roberto Saviano è stato pubblicato qui:

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

Vitalizi e privilegi militari

Quella contro i vitalizi ai parlamentari è la battaglia più facile che ci sia: consenso sicuro al 99,99%. Dopo anni e anni di martellante campagna “contro la casta” (ma in realtà contro la politica) fatta dal pornogiornalismo (Giordano, Giletti, Paragone, Belpietro), il popolo televisivo si è convinto che sono dei “privilegi rubati”. Che poi sia una materia complessa, che lo Stato di diritto non preveda leggi e provvedimenti punitivi retroattivi, che le “indennità differite” (questo il vero nome) non siano assimilabili alle pensioni, e che l’istituto avesse delle ragioni e fosse legittimo, poco importa: l’importante è assicurarsi lo scalpo degli ex parlamentari come “simbolo”, per “dare un segnale” (ma è accettabile che le istituzioni siano ridotte a strumenti di propaganda?).
Comunque sia, se i vitalizi sono da abolire oppure no, lo deciderà la Corte Costituzionale che verrà investita del problema, e dirà finalmente una parola definitiva (piaccia o no, le regole sono queste).
Ciò che voglio far notare è che mentre tutti, spesso con la bava alla bocca, se la prendono con i vitalizi politici (cifra da risparmiare, meno di 40 milioni di euro), a nessuno dei “giustizialisti” è mai venuto in mente di contestare, o almeno chiedere chiarezza, su un altro tipo di vitalizi, quelli dei militari (forse perchè la casta degli ex parlamentari è un facilissimo bersaglio, mentre per colpire i militari ci vogliono mira e coraggio?).

Ecco qui qualche cifra, se i due bulli al Ministero del Lavoro e degli Interni avessero voglia di alzare veramente la testa e farsi dei nemici importanti:

1) Nel mondo militare italiano abbiamo più comandanti che comandati (87mila tra ufficiali e sottufficiali, 83mila tra graduati e truppa): circa 6,5 miliardi di soli stipendi. Agli alti ufficiali, per ridurne il numero esorbitante, viene garantito uno scivolo d’uscita grazie al quale essi vengono esonerati dal lavoro continuando però a percepire lo stipendio per i successivi 7 anni, anticipandone l’accesso a 53 anni e abolendo l’obbligo di aver maturato i requisiti per la pensione anticipata.
2) Il recente riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze armate prevede aumenti retributivi generalizzati per 400 milioni di euro ogni anno, di cui beneficeranno in particolare i circa diecimila ufficiali superiori promossi per decreto da “direttivi” sottoposti a contratto pubblico a “dirigenti” con tutti gli aumenti automatici previsti per le carriere dirigenziali.
3) Gli ufficiali con 13 anni di servizio percepiscono lo stipendio del colonnello, pur non essendolo, e con 23 anni quello di generale di brigata, pur non essendolo. Con 15 anni di servizio percepiscono l’intero trattamento economico di colonnello, e con 25 anni quello di generale di brigata.
4) Tutti gli ufficiali superiori (anche maggiori e tenenti colonnello) sono promossi dirigenti (come colonnelli e generali) con aumenti automatici propri delle carriere dirigenziali.
5) Ma è il capitolo “pensioni”, cioè i vitalizi militari, quello più scandaloso:
– maturazione anticipata della pensione di anzianità: a 57 anni e 7 mesi con 35 anni di contributi invece che a 61 e 7 mesi come gli altri dipendenti pubblici; – maturazione anticipata della pensione di vecchiaia: a 60 anni e 7 mesi invece che a 66 anni e 7 mesi come gli altri dipendenti pubblici; – indennità di ausiliaria per i primi 5 anni di pensione (50% della differenza tra ultimo stipendio e pensione stessa) e maggiorazione della pensione ordinaria in quanto calcolata considerando come retribuzioni anche quanto percepito in ausiliaria; – per percettori di indennità di volo e/o di aeronavigazione: maggiorazione calcolata sulla base del numero di anni in cui è stata percepita tale indennità; – per gli ufficiali laureati: riconoscimento d’ufficio di 6 anni di laurea.
(dati tratti da Mil€x, osservatorio sulle spese militari italiane)

Ce ne sarebbe da divertirsi. Ma la battaglia contro i privilegi militari è rischiosa e richiede impegno. Meglio continuare a vincere facile con immigrati, rom ed ex parlamentari.

Scoop: vi diciamo dove sono i pacifisti

I giornalisti da salotto, quelli che si divertono ad intervistarsi tra di loro e ad esternare opinioni sull’annosa questione “dove sono i pacifisti?”, dovrebbero cimentarsi, se ne fossero ancora capaci, con due tipologie della loro nobile professione, troppo spesso dimenticate: il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo di guerra. Sarebbero obbligati ad abbandonare lo stereotipo su cui si sono adagiati da decenni, quello del pacifista che ad ogni rumor di guerra scende in piazza per agitare la bandiera arcobaleno, pronti ad accusarlo di volta in volta di inutilità, di antiamericanismo, di velleitarismo o di ingenuità; se invece non lo vedono, eccoli pronti a dire che il pacifismo è morto.

Se i direttori dei giornali, anziché limitarsi ad aprire le loro agende per intervistare i soliti esponenti, spesso autoproclamatisi rappresentanti del movimento, incaricassero qualche giornalista di fare lo sforzo di un’inchiesta, scoprirebbero cose molto interessanti.

Scoprirebbero che il pacifismo inane, da milleottocento, fu già superato storicamente ad inizio novecento proprio da Gandhi, che voltò pagina passando dal pacifismo imbelle alla nonviolenza attiva: “il pacifismo codardo è la malattia infantile della nonviolenza coraggiosa”. Sarà bene, quindi, che i critici del movimento pacifista odierno si aggiornino, poiché sono rimasti indietro di oltre un secolo.

Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali. Non lo si trova nelle piazza a fare marce autoreferenziali. Lo si trova a lavorare sul campo, dentro ai movimenti che vogliono cambiare la realtà in meglio.

Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi: dal controllo dell’export di armi, alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti hanno analisi approfondite, e proposte concrete per un cambio di rotta necessario.

I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni, ed ora hanno formato e inviato all’estero centinaia di giovani del servizio civile per attività di pacificazione in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, civili e non militari.

Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari italiani partecipano a progetti di riconciliazione e soluzione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra.

Vi sono poi decine di migliaia di giovani che ogni anno svolgono il servizio civile nazionale, protagonisti nell’attuare il dovere costituzionale della difesa della Patria, che non è solo difesa militare.

Sono solo alcune piste di lavoro per chi avesse voglia di uscire dalla redazione e consumare un po’ di suole delle scarpe. Sono moltissime le sedi dei movimenti per la pace dove trovare materiali, archivi, indirizzi, persone che vale la pena intervistare. Per gli opinionisti più pigri possiamo suggerire di dare una letta, e qualche volta anche pubblicare, i tanti comunicati stampa che le reti della pace e del disarmo emettono con cadenza quotidiana: sono sempre notizie di prima mano.

E per quelli ancora più pigri, consigliamo la lettura dei siti delle associazioni pacifiste e di alcune riviste, come Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, dove si può leggere un ottimo giornalismo di pace.

Ultimo suggerimento: oltre a chiedersi “dove sono i pacifisti”, ogni tanto ci si chieda anche dove sono le missioni militari: quante sono, cosa fanno, quanto costano, che risultati hanno ottenuto; sarà molto interessante comparare costi e benefici nel settore militare e costi e benefici nel settore della prevenzione nonviolenta dei conflitti.

“La nonviolenza è lo stile di una politica per la pace”, lo dice Papa Francesco; se ne potrebbero accorgere anche i direttori dei grandi giornali.

In fondo il giornalismo è la ricerca della verità, e la verità è sempre la prima vittima della guerra.