EUROPA VERDE, UN PROGETTO POLITICO

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Porto aperto per chi vuole approdare all’ecologia

La cattiva notizia è che in Italia prevale un partito negazionista della crisi climatica.
La buona notizia è che in Europa è arrivata l’onda verde della politica ecologista.

LA PROPOSTA

Perchè in Italia il voto verde sia ancora molto minoritario rispetto alla mitteleuropa, è questione complessa. Ci sono motivi storici, sociologici, culturali. Ma si può dire che nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo.

Comunque sia, la proposta di EUROPA VERDE ha raccolto un consenso dignitoso e incoraggiante. È dunque questo il progetto politico che ha i numeri per andare avanti. Per farlo dobbiamo affrontare insieme tre questioni:

con quali mezzi? Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale); le organizzazioni che hanno dato vita al progetto, intendono mettersi davvero al servizio di un progetto che sarà altro e andrà oltre? Il due per mille che ricevono, potrà essere restituito sotto forma di strumenti utili (informazione, iniziative locali, campagne)?

– con quale leadership? Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. Il caso dello straordinario consenso espresso nel Nord Est per il candidato sudtirolese, è un esempio evidente. Dobbiamo tenerne conto.

– con quale fine? Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico.

Dobbiamo quindi avere una forte convinzione, anche per diventare convincenti, e avere una forza attrattiva. Ma per invitare altri a far parte del progetto, bisogna essere in grado di creare lo spazio politico perchè possano davvero sentirsi a casa. Penso a comitati, associazioni, gruppi di giovani, ma anche e soprattutto a tante singole persone, deluse e disamorate da una certa politica, che possono trovare in EUROPA VERDE quel luogo dove si può respirare aria pulita e trovare la voglia per agire insieme.

Per proseguire dopo le elezioni europee, propongo la formazione di un gruppo di coordinamento, che abbia la consapevolezza di essere una struttura di servizio, con il compito di tenere la mappatura di tutte le realtà locali e offrire indicazioni operative per la realizzazione, nel corso dell’estate, di varie iniziative pratiche territoriali ecologiste e nonviolente, che abbiano un carattere comune, unificante. Poi, creata e rafforzata la rete, convocare per fine settembre un momento di incontro pubblico di conoscenza, riconoscenza, e lancio dell’identità e del programma di EUROPA VERDE, con l’intento di dialogare con l’opinione pubblica italiana.

Più di trent’anni fa Alex Langer ci ammoniva: “Una cultura del parlare, decidere e rivendicare predomina ancora su una cultura del fare, dell’esempio, della nonviolenza, della disponibilità alla rinuncia per cambiare se stessi e gli altri”.

Facciamo davvero in modo che EUROPA VERDE sia finalmente il luogo della cultura del fare, dell’esempio, della nonviolenza, della disponibilità alla rinuncia per cambiare se stessi e gli altri.

L’ANALISI

Nel continente i Verdi risultano essere il quarto gruppo politico, con 75 deputati, cioè il 10% del Parlamento Europeo. Hanno prevalso le forze europeiste. Chi sperava nell’onda sovranista è rimasto deluso; in Europa è arrivata l’onda verde.

L’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione.

Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. I Verdi pagano anche il fatto di essere stati oscurati dalla comunicazione televisiva. Questo significa che c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto di informazione. Dobbiamo portare l’Italia in Europa e l’Europa in Italia.

Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta.

Noi ce l’abbiamo messa tutta per contrastare questa deriva; lo sbarramento nazionale del 4% non è stato sfondato, ma la lista EUROPA VERDE ha superato bene la prima prova elettorale, raggiungendo in alcune zone del nord est cifre che si avvicinano al 10%. È una buona base per proseguire nella costruzione di un partito finalmente europeo e maturo.

Il progetto va avanti, con ancora più convinzione ed energia. Il partito verde è assolutamente necessario anche in Italia.

IL DALTONISMO

Il daltonismo (tecnicamente discromatopsia) è un difetto del cromosoma x, dunque una malattia genetica che non permette di distinguere correttamente i colori. Si tratta di una cecità cromatica parziale, selettiva.

Il daltonismo politico, quello più diffuso, riguarda soprattutto il verde e il rosso. La protanopia, cecità per il primo colore fondamentale, impedisce di vedere il rosso; la deuteranopia impedisce di distinguere il secondo colore fondamentale, il verde.

Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche.

In Italia, però, c’è anche un altro tipo di daltonismo: quello che confonde il nero con verde. Definire il governo a trazione leghista come giallo-verde è un errore cromatico grave. Il verde è il colore dei Verdi, gli ecologisti, mentre la Lega è nera come tutti i sovranismi e populismi; dunque in Italia abbiamo un governo giallo-nero.

Non esiste una cura per correggere la discromatopsia, ma per guarire dal daltonismo politico bastano un minimo di capacità di osservazione e lettura dei risultati elettorali in Italia e in Europa.

Mao Valpiana

candidato europeo
circoscrizione Italia nord orientale

Verona, 11 giugno 2019

(Dagli appunti per l’intervento fatto all’Assemblea post elettorale di Europa Verde. Roma, 9 giugno 2019, Centro Congressi Cavour)

mao

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2 GIUGNO, festa della Repubblica, non dell’Esercito

2 giugno 2019
festeggiamo la Repubblica che ripudia la guerra

È la festa più civile che si possa immaginare.
La Repubblica è figlia della resistenza antifascista e di un referendum popolare; davvero non si capisce perchè il suo compleanno venga festeggiato con una parata militare, con il volo delle frecce tricolori, con sfoggio di divise e armi. È un controsenso, un falso storico, in contrapposizione ai fondamenti costituzionali, tra cui il ripudio della guerra e la difesa della patria affidata, appunto, “al cittadino” (e non all’esercito). La Repubblica democratica è l’espressione massima di tutto ciò che è civile, cioè lo “status del cittadino in contrapposizione a militare”.

Il 2 giugno sarebbe giusto e bello far sfilare, al posto dei soldati in alta uniforme o tuta mimetica, i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza, e vedere i rappresentanti delle istituzioni mettersi sull’attenti davanti a loro.

I militari facciano la parata in un’altra data; hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l’inutile strage” della prima guerra mondiale. Ed anche la deposizione della corona al milite ignoto andrebbe fatta in altro momento. La corona d’alloro il 2 giugno andrebbe deposta davanti alle tombe dei morti sul lavoro.

Il primo articolo della Costituzione indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro. Gli articoli successivi, dal 2 al 10, i principi fondamentali, contengono il richiamo ai diritti inviolabili dell’uomo, l’uguaglianza e la pari dignità sociale di tutti, il diritto al lavoro, le autonomie locali ed il decentramento amministrativo, la tutela delle minoranze linguistiche, l’indipendenza dello Stato e della Chiesa, la libertà per tutte le confessioni religiose, lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica, la tutela del paesaggio, del patrimonio artistico e monumentale, il riconoscimento del diritto internazionale e il diritto d’asilo per lo straniero; infine vi è l’articolo 11, il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Tutto questo significa che i cittadini e i lavoratori devono costruire le condizioni economiche e sociali per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra è l’unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto civile.
Per questo riteniamo che i 25 miliardi di euro che saranno impiegati anche quest’anno per le spese militari vadano contro la Costituzione e sperperino denaro sottratto alle tante necessità attuali (lavoro, sanità, istruzione, cultura, ricerca, protezione civile, pensioni, ecc.).
Noi vogliamo festeggiare il 2 giugno con lo spirito civile di una festa di popolo, insieme alla forze vive della Repubblica: i lavoratori, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini, i giovani del servizio civile, i disoccupati che lavoro non trovano, tutti coloro, cioè, che in diversi modi attuano i primi 12 articoli della Costituzione.
Per tutto questo noi celebreremo in modo civile e disarmato il 2 giugno. Saremo in alcune piazze italiane dove innalzeremo le bandiere della pace e i cartelli con l’articolo 11 della Costituzione.

Bandiera Italia NV

I volti di Greta

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Il volto di Greta Thunberg è diventato un simbolo, riconosciuto a livello internazionale, che ha ispirato i Fridays for Future di tutto il mondo e lo sciopero globale per il clima del 15 marzo. Porta il suo messaggio a Stoccolma, Londra, Bruxelles, tra poco anche a Roma, dal Papa.

Non so chi ci sia dietro a Greta a gestire la sua immagine, ma sono certo che incontri con capi di stato, l’uscita di un libro, documentari, interviste, fotografie, procurino una pressione enorme su una ragazzina appena sedicenne. E non so quanto tutto questo farà bene al suo futuro personale. Tuttavia, la sua notorietà ha una ricaduta estremamente positiva sul movimento contro il riscaldamento globale. Sarebbe bello, però, se i giovani manifestanti, a fianco del volto della studentessa Greta che chiede ai governanti di cambiare politica, scegliessero anche altre icone da mettere su magliette e bandiere: esempi di chi ha lottato per cambiare la realtà, scontrandosi con il potere e gli interessi economici, testimoni che hanno messo in gioco la vita. Il movimento non è solo protesta e richiesta, ma anche azione nonviolenta, disobbedienza civile, impegno di lotta.

Il volto di Greta può mostrare altri volti.

Il volto di Samir Flores,

attivista messicano di 35 anni, ammazzato con due colpi di pistola il 20 febbraio 2019 davanti alla sua casa ad Amilcingo. Era in prima linea nella campagna contro la costruzione della centrale termoelettrica di Morelos, alimentata a gas attraverso un gasdotto che dovrebbe attraversare le colline pedemontane del vulcano Popocatépetl, e che dovrebbe essere raffreddata con l’acqua della valle di Cuautla. Il progetto è osteggiato da una larga parte dell’opinione pubblica messicana per l’impatto ambientale pericoloso dell’opera. La centrale, una volta ultimata, violerebbe i diritti ambientali degli abitanti della zona. Samir Flores era attivissimo anche nel lavoro di informazione ecologista a Radio Amiltzinko: per i suoi programmi aveva ricevuto minacce che poi si sono concretizzate nell’omicidio. Ma la lotta di chi si batte contro questa centrale termoelettrica non si è fermata.

Il volto di Chico Mendes,

sindacalista e ambientalista brasiliano di 44 anni, assassinato il 22 dicembre 1988 a colpi di fucile. Raccoglitore di caucciù, attivista del Sindacato dei lavoratori rurali, ha lottato contro il disboscamento della foresta amazzonica, con azioni nonviolente di blocco delle ruspe che subivano repressioni violente e incarcerazioni di centinaia di contadini per oltre un decennio. Chico Mendes è stato arrestato e torturato, ma non si è mai arreso; nel 1985 ha guidato il Consiglio Nazionale dei Seringueiros, che è divenuto il soggetto politico e sindacale che portò le lotte dei contadini e delle popolazioni indigene dell’Amazzonia all’attenzione dei media internazionali con le sue tesi “In difesa del popolo della foresta“. Ha poi lavorato alla creazione di una “riserva estrattiva” di caucciù espropriata ai latifondisti della famiglia Alves da Silva che l’aveva illegalmente acquisita. Furono loro i mandanti dell’assassinio.

Il volto di Alexander Langer,

attivista, politico, fondatore dei verdi italiani e parlamentare europeo. È morto volontariamente nel 1995, a 49 anni, per i troppi pesi e sfinito dal troppo amore per i prossimi, anche quelli delle generazioni future. Impegnato per la convivenza interetnica a partire dal suo Sudtirolo/Alto Adige fino alla Bosnia nella quale si è speso per iniziative e soluzioni di pace contro la guerra nella ex-Jugoslavia. Promotore della “Fiera delle utopie concrete”, della “Carovana europea di pace” da Trieste a Sarajevo, dell’appello “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Ha tessuto i fili di tante reti ambientaliste, “i Colloqui di Dobbiaco”, “L’Alleanza per il clima”, “S.O.S. Dolomites”, il “Comitato promotore di un Tribunale internazionale per l’ambiente”. Autore di innumerevoli scritti per la conversione ecologica della società, è l’intellettuale che più di ogni altro ha capito che l’ecologia non è un lusso per i ricchi, ma una necessità per i poveri.

Greta, Samir, Chico, Alex, quattro volti per un futuro amico.

Mao Valpiana

Sciopero globale del clima. Arriva l’Onda verde. Una buona politica per l’Europa.

Lo sciopero mondiale degli studenti, per la difesa del clima contro il riscaldamento globale, è una buona notizia. Finalmente la nuova generazione ha deciso di prendere in mano il proprio futuro.

Scende in campo un’inedita consapevolezza politica, che supera vecchi schieramenti e traccia un nuovo discrimine, decisivo: da una parte chi ancora crede nella suicida logica sviluppista, dall’altra chi vuole cambiare rotta prima di andare a sbattere. Se si supera la soglia dei due gradi di aumento del riscaldamento, poi si innescheranno processi irreversibili e in pochi decenni si arriverebbe ad un aumento medio di cinque gradi, che renderebbe impossibile la vita umana in gran parte del pianeta. Il centro del problema è energetico: immettere più o meno anidride carbonica in atmosfera. Tutto qui: è necessario rinunciare alle fonti fossili (in un secolo abbiamo estratto e bruciato ciò che la Natura aveva creato in milioni di anni) e passare alla fonti rinnovabili (sole, vento, biomasse).
Questa è la vera rivoluzione da fare. Smetterla di bruciare carbone, gas e petrolio e piantare miliardi di nuovi alberi. È semplice, se si vuole, la soluzione sarebbe a portata di mano, e i ragazzi sui banchi di scuola l’hanno capito. Il problema è globale, e dunque la soluzione deve essere globale.

scioperoUna nazione da sola, anche se virtuosa, non potrà salvarsi. La salvezza può venire solamente dalle gandi scelte politiche intergovernative e internazionali. Per noi il banco di prova sarà la direzione che prenderà l’Europa.
Il vecchio continente contribuisce all’eccesso dei consumi mondiali di natura. Consumiamo più velocemente della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi. Questa voracità umana è diventata insostenibile e se non verrà interrotta ci porterà all’estinzione. Il futuro richiede meno plastica e più materia organica, meno “usa e getta” e più rigenerazione e riuso. Dobbiamo conservare la risorsa suolo e la sua indispensabile capacità di produrre cibo e natura.
Il sogno europeo ha sconfitto i totalitarismi attraverso un processo di pace e unità. Può sconfiggere anche i nemici dell’ambiente. L’Europa è luogo di bellezza dei territori, del paesaggio e dell’arte. L’Europa tutela una delle più vaste aree protette del pianeta, speranza concreta di conservazione e convivenza di tutte le specie viventi. Abbiamo bisogno di un Parlamento con più poteri e di una buona Costituzione europea, per un miglior processo di coesione e unione federale. Dobbiamo essere più europei per essere più radicati nel nostro territorio, e dobbiamo essere più radicati nel nostro territorio per essere più europei. Abbiamo bisogno di un grande piano di manutenzione e di cura dell’esistente, estendere le aree protette, creare una rete di connessioni ecologiche per la biodiversità. È necessaria una buona politica per riparare l’Europa.

Uno spettro, dunque, si aggira per l’Europa: lo spettro dei verdi. Tutti i sovranismi della vecchia Europa si sono coalizzati in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: le ecomafie e la troika, Orban e Salvini, pentastellati italiani e nazionalisti polacchi.
Potrebbe essere questa la parafrasi di un nuovo “Manifesto del partito del clima“, e proseguire così:
È ormai tempo che i verdi espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze …

Le città devono liberarsi dalle auto, con una forte e strutturata offerta di trasporti pubblici, alimentata dalla mobilità dolce delle biciclette e dei mezzi ad emissioni zero, per essere resilienti ai cambiamenti climatici, attraverso piani di adattamento, risparmio energetico, rigenerazione degli edifici, foreste urbane. Bisogna ripopolare le campagne, le colline e le montagne: un nuovo insediamento di giovani coltivatori e manutentori della terra che occupino gli spazi interni e i luoghi oggi abbandonati. L’agricoltura deve essere cura del territorio e delle risorse come acqua e suolo: abbandonare la chimica, l’acciaio e il diesel per sposare il biologico e la biodiversità.

Vivere in pace tra gli umani e con la natura è la via obbligata per costruire l’Europa delle nuove generazioni.

Mao Valpiana

Sulla Marcia, dei pregi e dei difetti (ad un mese dalla Perugia-Assisi)

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Ad un mese dalla Perugia-Assisi del 7 ottobre 2018 è bene fare qualche considerazione su come sta proseguendo la nostra marcia …

La grande partecipazione all’iniziativa, nel cinquantesimo anniversario della morte terrena di Aldo Capitini, ideatore e promotore della prima marcia, ha confermato la necessità per il più vasto movimento per la pace di avere luoghi di incontro e azione comuni. La Perugia-Assisi è stata storicamente, proprio grazie alla prima edizione capitiniana del 1961 (che doveva essere un “unicum”) e alla sua ripresa dopo 17 anni, nel 1978 per volere di Pietro Pinna e del Movimento Nonviolento, la vetrina nella quale il pacifismo italiano espone la propria immagine e le proprie proposte al paese. La marcia, infatti, non è la passeggiata per stare bene con gli amici, non è il corteo per contare se si è in tanti, non è la processione per rinnovare una tradizione, ma è il momento, forse unico, in cui l’opinione pubblica può vedere il movimento per la pace riunito, riconoscerlo e valutare la sua capacità di dialogo con la politica e le istituzioni.

La marcia del 2018 non aveva un obiettivo specifico, unitario, definito, una campagna unificante da proporre, e questo è certamente un errore. Gruppi, movimenti, reti, hanno saputo positivamente esprimere le tante iniziative in corso, ma non si è riusciti a parlare con voce unica. E’ stato un coro polifonico, dal quale comunque è emersa una tematica prevalente, riferita all’attualità politica: l’immigrazione. Gli slogan più diffusi erano “ponti, non muri” e “porti aperti, non confini”, a significare che la marcia di fatto ha avuto anche un carattere antigovernativo. Le 70.000 persone partecipanti (questo il numero più vicino alla realtà) hanno saputo esprimere una grandissima energia, una partecipazione vivace e consapevole, arricchita dalla notevole presenza di giovani e giovanissimi; è mancato però il contenitore dove riporre e valorizzare tanta ricchezza; la domanda espressa non ha ancora trovato una risposta in grado di indirizzare e dare sbocco politico.

I due appelli “ufficiali” letti al termine della marcia, non hanno saputo interpretare nemmeno ciò che la marcia aveva comunque espresso, e non hanno saputo dare nessuna indicazione pratica sul “dopo”. L’appello “Nessuno deve essere lasciato solo!” è una dichiarazione di impotenza: “cerchiamo assieme le soluzioni dei problemi che non sono ancora state trovate e intraprendiamo nuove iniziative per attuarle“, concludendo con l’esortazione “Miglioriamo i nostri pensieri!“. L’altro appello “Il manifesto della cura” fornisce indicazioni ancor più vaghi, inafferrabili: “trovare la clorofilla spirituale che tiene alla ricerca delle cose buone con un pensare sensibile e un sentire limpido“. Evidentemente c’è bisogno di ben altro, e per fortuna i marciatori si sono dimostrati molto più avanti della marcia stessa. Dal meeting per la pace che si è svolto nei giorni precedenti la Marcia, a cura della Rete della Pace, sono emerse pratiche, esprienze e progetti che possono andare a costituire quella Agenda della pace di cui tutti i marciatori hanno sentito il bisogno: –taglio delle enormi spese militari -uscita dal programma di acquisto degli F35 -messa al bando delle armi atomiche -riconversione civile dell’industria bellica -stop all’esportazione di armi che creano morte, migrazioni forzate e profughi che fuggono dalle guerre. I progetti per ricostruire una politica di pace e giustizia sono contenuti nella campagna “Un’altra difesa è possibile”: spostamento delle risorse dal bilancio militare alla difesa civile, non armata e nonviolenta, per i corpi civili di pace, la protezione civile, il servizio civile universale, un Istituto di ricerche per il disarmo.

La priorità è convergere sempre di più su obiettivi comuni, riconoscere la necessità di una campagna coordinata, rafforzare una Rete della pace che sappia dare un senso politico unitario al lavoro che tantissimi fanno sui territori. Solo così la prossima Marcia, magari autoconvocata, proprio perchè di tutti e per tutti, avrà un senso.

Mao Valpiana

presidente del Movimento Nonviolento

Verona, 7 novembre 2018