Un necrologio, un biglietto e un obiettore per caso

COLLABORAZIONE E OPPOSIZIONE, TRA BENE E MALE

Metto in relazione due fatti avvenuti negli stessi giorni ma in luoghi diversi, Vicenza e Bologna. L’occasione è stata la festa della Liberazione dal nazifascismo, 76° anniversario, 25 aprile 2021.

Fatto numero uno

Sul Giornale di Vicenza compare, nella pagina dei necrologi, un annuncio dal titolo “Sempre in noi presente”. Foto in bianco e nero di S.E. Cav. Benito Mussolini (con tanto di sguardo torvo e mascella volitiva) cui segue il testo “Continuità ideale R.S.I. e Fam. Caduti e Dispersi R.S.I. ti ricorderanno sempre con la recita del S. Rosario. Ci troveremo domani alle ore 19.00 nello spazio antistante la chiesa del cimitero Maggiore di Vicenza. Vicenza, 27 aprile 2021”.

La mattina stessa della pubblicazione del truce necrologio, arrivano le proteste ufficiali di Anpi e Aned, e di molti lettori del quotidiano locale. Il giorno seguente sul quotidiano di Vicenza compare una Nota del Comitato di redazione cui segue una Nota del Direttore.

Il Cdr “ritiene doveroso intervenire per tutelare la redazione” e sottoline come “i giornalisti non abbiano niente a che fare con le scelte che riguardano quella sezione del giornale”. Il Direttore Luca Ancetti si sente in dovere di sottolineare che “dal punto di vista editoriale è stata una decisione inopportuna” di cui si “assume la responsabilità” e aggiunge che “non si ripeterà”. Poi chiosa “A titolo personale: una preghiera non si nega a nessuno e il suo senso profondo è proprio perché è per tutti e non solo per i giusti. In secondo luogo non è un annuncio a pagamento nella pagina dei defunti a riabilitare una figura come quella di Mussolini, già condannata dalla Storia”.

Fatto numero due

Winelivery è una piattaforma che permette di recapitare bevande a domicilio “Vini, birre e drink a casa tua, subito”. Il sito pubblicizza che il servizio è attivo in oltre 50 città d’Italia. Un cliente compila con l’apposita app un ordine di due bottiglie di vino da consegnare a Bologna, in via San Mamolo; è un regalo e lo fa accompagnare da un biglietto, il cui testo si può digitare direttamente sulla app e poi viene trascritto a mano e allegato alla confezione che verrà recapitata. In questo caso viene scritto: “In questo giorno di lutto che il nostro Duce possa da lassù guidare la rinascita”. Il giorno di lutto è appunto il 25 aprile. La consegna viene affidata a Luca Nisco, un rider (fattorino in moto) di 30 anni che prende in carico le bottiglie e il biglietto (di cui conosce il testo perché viene trascritto a mano, da chi raccoglie gli ordini, davanti a lui). Suona alla porta del destinatario, alla signora che apre consegna la busta-cadeaux, ma strappa il biglietto davanti a lei; “ma che c’era scritto?”, chiede stupita; risposta: “Oscenità”. Il giorno dopo la piattaforma che recluta i corrieri per Winelivery invia una mail a Nisco: “Buongiorno Luca, la presente per informarti che l’offerente Winelivery ha annullato tutti i turni a te assegnati, segnalando un comportamento scorretto tenuto durante lo svolgimento di un job”. Licenziato. Il caso rimbalza sui social e da lì sulla stampa locale e nazionale. L’azienda dice che il provvedimento preso è dovuto a “comportamenti che hanno violato la privacy di un cliente e azioni non in linea con gli standard di servizio e lesivi dell’immagine aziendale”. Scatta la solidarietà, raccolta di fondi per Nisco e anche un annuncio di boicottaggio contro Winelivery. Si muove anche la politica, interviene l’Assessore Marco Lombardo del Comune di Bologna (Lavoro e Attività produttive) che chiede ai consumatori di fermare il boicottaggio e all’azienda di rivedere il provvedimento di licenziamento. Così avviene: Winelivery ci ripensa e annuncia il reintegro di Nisco “la nostra convinzione, come azienda e come cittadini, è di assoluta condanna ai comportamenti che inneggiano qualsiasi fascismo” e anche di essere disponibile ad aderire alla “Carta di Bologna sui diritti dei riders”.

Dopo aver ripreso il lavoro, alla domanda se lo rifarebbe, Luca Nisco risponde: “Il cuore mi dice di sì, ma la ragione mi dice che potevo trovare una modalità differente per evitare che quel messaggio arrivasse; comunque è stato un gesto di protesta, ho interrotto un atto illegale”.

Caso chiuso? No, c’è una coda. Vittorio De Lorenzi, attivista politico di destra, ex Msi, destinatario del biglietto, scrive sulla sua pagina Facebook: “Al signore in questione posso dire che non finisce qui. La dedica privata di un amico d’infanzia non può essere strappata di fronte a mia moglie, in tal modo oltraggiata. La libertà di pensiero è un bene che va salvaguardato per tutti”.

La catena dei fatti

Due casi simili hanno avuto epiloghi diversi. La differenza l’ha fatta una singola persona che ha messo in atto una azione che non era prevista e ha modificato la catena degli eventi.

Sono tanti i protagonisti, attivi o passivi, delle due vicende.

Nel caso del necrologio c’è chi l’ha pensato, commissionato, pagato, e c’è chi l’ha ricevuto, trascritto, impaginato, poi c’è chi ha corretto la pagina, chi l’ha mandata in stampa, e quindi chi ha seguito tutti i passaggi tipografici fino all’uscita del giornale in edicola. Ognuno ha fatto il proprio mestiere senza farsi troppe domande. Poi ci sono coloro che hanno protestato, lettori e associazioni antifasciste, e alla fine il Comitato di Redazione che si è sostanzialmente chiamato fuori e il Direttore che si è assunto la responsabilità, ma si è anche autoassolto minimizzando l’episodio.

Nel caso del biglietto c’è chi ha scritto il testo, chi l’ha ricevuto, letto e trascritto a mano. Poi c’è chi doveva consegnarlo ma ha fatto la sua obiezione di coscienza e messo in atto una non collaborazione, strappandolo. Seguono gli altri protagonisti: il destinatario del biglietto che subito ha protestato con l’azienda; i dirigenti dell’azienda che hanno preso la decisione del licenziamento; il clamore sollevato dai social e dalle associazioni antifasciste; i giornalisti che hanno dato fiato con articoli e interviste; l’assessore che ha cercato una soluzione politica, e infine di nuovo i dirigenti dell’azienda che hanno modificato il loro atteggiamento, trovando una conclusione positiva.

La catena del comando prosegue indisturbata fino a che non trova un anello che si oppone. È in questo caso che l’anello più debole della catena è anche il più forte perché può romperla.

Mettersi in gioco

A Vicenza tutto è filato liscio. Nessuno è uscito dal proprio ruolo, ognuno ha messo la propria tessera del mosaico al posto giusto, e la banalità del male ha trovato la strada spianata. A Bologna invece una coscienza si è attivata per rompere il gioco. Cos’altro poteva fare il rider? Aveva modalità diverse per mettere in atto la sua non collaborazione con il male, senza rischiare il suo posto di lavoro? Sarebbe stata altrettanto efficace una sua denuncia verbale o è stata decisiva la forza del gesto? Perchè tra i tanti attori di questi fatti è stato l’unico a non fingere di non vedere?

Su questi due casi si può impostare un gioco di ruolo: studiare i contesti degli avvenimenti, individuare i protagonisti attivi e passivi, analizzare il ruolo di ciascuno, degli osservatori, dell’informazione, dell’opinione pubblica; e infine capire se noi, nella nostra realtà, siamo esecutori passivi e distratti di uno statu quo o possiamo essere protagonisti di un cambiamento in meglio.

Anche una piccola obiezione di coscienza, fatta nel momento e nel modo giusto, può avere un grande effetto. In fondo ogni nostra azione è una scelta tra la collaborazione con il male o con il bene. Ognuno di noi è attore di un copione che può essere cambiato da un gesto intenzionale o da una omissione volontaria.

Essere obiettori per caso, può fare la differenza tra la banalità del bene e quella del male.

Le truppe del Generale

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Non ho niente contro il signor Francesco Paolo Figliuolo. Anzi, sono sicuro che sia una brava persona, preparata, competente. Non ho niente nemmeno contro i generali in quanto tali. Ve ne sono sicuramente tanti di eccellenti e capaci. Da antimilitarista e nonviolento non ce l’ho con i militari. Ce l’ho con il militarismo. Ed è questo che mi preoccupa nella scelta del generale Figliuolo come commissario straordinario all’emergenza Covid. Egli viene scelto come comandante nel campo della logistica militare e per aver riorganizzato la “sanità con le stellette” con task force mobili e ospedali da campo. In buona sostanza il governo militarizza il piano vaccinale, riconoscendo alle forze armate maggior efficacia rispetto alla protezione civile, cui istituzionalmente dovrebbero essere affidati compiti primari di tutela della comunità nazionale: “previsione e prevenzione dei grandi rischi, previsione e prevenzione dei rischi naturali e antropici”.

A questo punto mi chiedo cosa paghiamo a fare la Protezione Civile, se quello che dovrebbe fare viene poi appaltato ai militari. I compiti affidati al commissario all’emergenza Covid dovrebbero essere svolti dal Dipartimento della Protezione Civile, riorganizzato proprio il primo febbraio 2021, e che da pochi giorni ha un nuovo Capo, Fabrizio Curcio.

La spiegazione è molto semplice: il Bilancio del Ministero della Difesa è di oltre 26 miliardi; il bilancio del Dipartimento della Protezione civile è di soli 6 miliardi. Con 20 miliardi in più all’anno non è difficile capire perché il sistema militare prevalga (non solo nel settore delle “armi”, sua prerogativa specifica, ma anche nelle funzioni “civili”, sua funzione secondaria).

Mi verrebbe da dire che sarebbe meglio far funzionare bene le strutture civili che già abbiamo, anziché affidarle ai militari che hanno un’altra missione. Sottotraccia c’è l’idea che la logistica affidata alla catena civile (Governo, Regioni, Comuni) non funzioni, mentre affidata al sistema militare (per definizione non democratico) sia più efficiente. Ma qui sorge un problema non da poco se a pensarlo è il presidente del consiglio … (i militari costituzionalmente sono al servizio del paese, non al comando).

Da tempo come nonviolenti chiediamo, con la nostra Campagna “Un’altra difesa è possibile”, che venga istituito e finanziato un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta, con fondi adeguati per coordinare tutte le politiche di difesa civile della popolazione, pandemie comprese.

Ora, forse, si capisce meglio il senso politico, l’attualità e l’urgenza della nostra proposta.

Affidare un piano di emergenza civile ad un generale dell’esercito, per gestire la sanità pubblica con la logica della sanità militare, è una visione politica mascherata da scelta tecnica. Non mi piace.

Mao Valpiana

Alla Caserma di Rai 2 va in onda il sacrilegio

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Il programma televisivo La Caserma è inguardabile, e infatti non lo guardo e fortunatamente sono in numerosa compagnia. Gli ascolti sono in caduta libera: dai 2.268.000 spettatori della prima puntata, 9,86% di share, ai 1.717.000 spettatori della seconda puntata, 7,6% di share, fino ai 1.686.000 spettatori della terza puntata, 7% di share: dunque una trasmissione di nicchia, che non tocca il grande pubblico della Rai, e che grazie a dio non raggiunge i giovani come vorrebbe.

Più che diseducativa, infatti, la trasmissione è proprio brutta. Ragazzi psuedo attori, sedicenti influencer, che recitano un copione scritto male, con finti entusiasmi, finte commozioni, finte lacrime, in una finta caserma, impegnati in prove di disciplina, addestramenti, con finti istruttori militari. A chi possa interessare una cosa simile, oltre che ai parenti dei protagonisti, è veramente un mistero. Comunque sia, va in onda, e il tutto è pagato con i soldi dei contribuenti, provenienti dal canone.

Nel corso della terza puntata (lo so perché mi è stato segnalato), durante una lezione di apprendimento all’uso delle armi (sic!), è stata messa come colonna sonora la canzone Give Peace A Chance di John Lennon. Non ci credevo, ho dovuto andare a controllare ed è vero! il sacrilegio è andato in onda. L’inno mondiale del movimento per la pace e il disarmo utilizzato per una formazione militare. Che senso avesse, non l’ho proprio capito (ma gli autori di quel programma, si drogano?). Ma sta di fatto che la profanazione è avvenuta: la musica pacifista di Lennon a favore di una propaganda militarista. Assurdo e inaccettabile.

Spero che Yoko Ono e Sean Lennon, vedova e figlio di John, facciano una causa milionaria alla Rai per l’abuso compiuto e chiedano i danni per violazione dei diritti d’autore e illecito utilizzo di opera d’arte. Ho già provveduto ad inviare la segnalazione agli avvocati della Lenono Music.

Prima la Rai chiude La Caserma, e meglio sarà per tutti.

Mao Valpiana, beatlesiano

Verona, 12 febbraio 2021

40 anni senza John, 80 anni con John

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John Lennon, 8 dicembre 1980 – 2020

di Mao Valpiana *

Ha vissuto cinque vite.

La prima nei sobborghi di Liverpool, dal 1940 al 1960. Giovane ribelle, studente svogliato, capo banda. La seconda, dal 1961 al 1969, in volo nell’iperspazio musicale beatlesiano, unico e irripetibile. La terza, dal 1970 al 1975, carriera solista, avanguardia, sperimentazioni, provocazioni. La quarta, dal 1976 al 1979, il ritiro, la vita domestica, la riconciliazione con se stesso e il mondo. La quinta, nel 1980, il ritorno alla musica, alla creatività, ma senza il tempo di fare nuovi progetti. Con cinque colpi, il sogno finisce.

Del Beatle Lennon sappiamo tutto; sull’artista, il musicista, il personaggio, sono state scritte biografie e montagne di libri. Oggi, nel quarantesimo della sua morte violenta, voglio tracciare un profilo del suo impegno politico per la pace. John Lennon è nel pantheon della nonviolenza.

Al di là dei suoi meriti o demeriti, della coerenza o incoerenza, dei suoi valori o disvalori, al di là della sua vita pubblica e personale, è ciò che ha rappresentato che ne fa di lui un mito. Dalle sue canzoni e dalle sue azioni politiche, il movimento mondiale pacifista ha preso forza, impulso, coscienza. La musica di Lennon è la colonna sonora di intere generazioni che si sono messe in cammino per la pace. Ha composto Imagine, inni come All You Need Is Love, Give peace a chance, Happy Xmas (war is over), Mind Games che sono diventati patrimonio del movimento. Lennon fa dichiarazioni contro la guerra del Vietnam, contro l’industria bellica, le spese militari, la politica imperialista, partecipa attivamente al movimento per la pace, anche con sostanziosi finanziamenti.

Quando si è cimentato come attore in una pellicola non musicale, ha interpretato la parte del soldato semplice Gripweed, nel film del 1967 Come ho vinto la guerra, di Richard Lester: una commedia surreale e un po’ sconclusionata, ma dal sapore fortemente antimilitarista, di rifiuto del mondo militare e della guerra, dove John incarna una sorta di soldato obiettore.

La prima trasmissione televisiva in mondovisione via satellite andò in onda il 25 giugno 1967, 350 milioni di spettatori. La Gran Bretagna si affidò ai Beatles, che presentarono l’inedito All You Need Is Love, un brano pacifista composto da John appositamente per quell’occasione.

Il mondo cambia nel 1968. C’è il maggio francese, i carri armati a Praga, gli assassinii di Martin Luther King e Bob Kennedy. I Beatles vanno in India a meditare, al ritorno John compone Revolution 1, dove fa professione di nonviolenza, incurante delle critiche della sinistra radicale.

Ma è il 1969 l’anno della sua campagna mondiale per la pace.

Dopo il matrimonio con Yoko, il 20 marzo, il viaggio di nozze diventa un’occasione per promuovere la pace nel mondo, inventando il bed in: dal 25 al 30 marzo 1969 in una camera da letto d’albergo, la numero 702 dell’Hilton di Amsterdam, lui e Yoko, in pigiama, a rilasciare interviste a giornali di tutto il mondo sul tema della pace.

Dopo Amsterdam, John e Yoko il 31 marzo vanno a Vienna per una conferenza stampa, dove lanciano il “baghismo”, una forma di comunicazione totale; si rinchiudono all’interno di un sacco (bag), e da lì parlano con i giornalisti, senza essere visti: non vogliono essere giudicati dal colore della pelle, dal sesso, dalla lunghezza dei capelli, dall’abbigliamento, dall’età, ma solo dal messaggio che portano: la pace. Il bed-in ha un enorme successo mediatico e così viene ripetuto dal 26 maggio al 2 giugno 1969 nella suite 1742 del Fairmont Queen Elizabeth Hotel di Montréal. È lui stesso a spiegarne il senso: “I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia: non soltanto nelle notizie ma anche in qualsiasi altro dannato film; sempre e continuamente guerra, guerra, guerra, uccidere, uccidere, uccidere. Così ci siamo detti: Mettiamo in prima pagina un po’ di pace, pace, pace, tanto per cambiare”.

Lennon è l’unico Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico a restituire il titolo Mbe alla Regina per protestare contro il coinvolgimento dell’Inghilterra nel commercio mondiale delle armi. Quando l’aveva ricevuto nel 1965, con gli altri tre Beatles, aveva dichiarato: Gran parte delle persone che fanno vanto di aver ricevuto il rango di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, sono persone premiate per il loro eroismo durante la guerra, per aver ucciso delle altre persone… Noi riceviamo l’onorificenza perché intratteniamo e divertiamo il pubblico. Penso che ce la meritiamo di più.

Il 25 novembre 1969 restituisce la medaglia con queste poche righe, che si concludono con una delle sue micidiali battute sarcastiche: Restituisco questo Mbe per protesta contro il coinvolgimento britannico nell’affare in Nigeria-Biafra, contro il nostro sostegno all’America in Vietnam e contro la discesa di Cold Turkey nelle classifiche.

Per fare gli auguri di Natale 1969 fa riempire 12 delle maggiori città del mondo (New York, Los Angeles, Toronto, Roma, Atene, Amsterdam, Berlino, Parigi, Londra, Tokyo, Hong Kong e Helsinki) con giganteschi manifesti con la scritta War is over (“la guerra è finita, se tu lo vuoi”, firmati “con amore, John e Yoko, da NY”).

Il 10 aprile 1970 viene annunciato lo scioglimento ufficiale dei Beatles. John non se ne cura, non commenta, è troppo impegnato nella sua campagna pacifista, ed è già proiettato oltre.

La militanza attiva contro la guerra e la sua preparazione divenne il chiodo fisso di Lennon. Una delle sue canzoni/manifesto è nata nel 1971 come brano di protesta contro la guerra in Vietnam ed è successivamente diventata tra i più noti classici natalizi del mondo, partorita dalla sua fantastica capacità creativa: Happy Christmas (War is over) – Buon Natale (la guerra è finita).

E così questo è il Natale (la guerra è finita) / per i deboli e per i forti (se lo vuoi) / per i ricchi e per i poveri (la guerra è finita) / il mondo è così sbagliato (se lo vuoi) / e così buon Natale (la guerra è finita) / per i neri e per i bianchi (se lo vuoi) / per i gialli e per i neri (la guerra è finita) / fermiamo tutte le guerre (adesso).

Nell’aprile del 1973 John Lennon convoca una conferenza stampa e si dichiara ufficialmente ambasciatore di Nutopia, un “paese concettuale” senza confini, senza passaporti, senza religioni. La bandiera di Nutopia è un fazzoletto bianco, e l’inno internazionale è inciso nell’album Mind Games: una traccia muta con 5 secondi di silenzio. John prende molto sul serio l’impegno per Nutopia. Per diventare cittadini di Nutopia bisogna aderire alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine (Immagina che non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire). Tutti i cittadini di Nutopia sono suoi ambasciatori nel mondo. L’ambasciata di Nutopia è al numero 1 di White Street a New York, e John chiede con una lettera ufficiale all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di Nutopia. Non riceverà risposta.

John Lennon era un visionario, con uno sguardo proiettato nel futuro. La sua visione nonviolenta era molto chiara: “Dobbiamo imparare dai metodi utilizzati da Gandhi e da Martin Luther King. La gente ha già il potere; tutto quello che noi dobbiamo fare è prenderne coscienza. Alla fine accadrà, deve accadere. I giovani hanno speranze perché sperano nel futuro e se sono depressi per il loro futuro allora siamo nei guai. Noi dobbiamo tenere viva la speranza tenendola viva fra i giovani. Io ho grandi speranze per il futuro”.

È morto l’8 dicembre del 1980, ammazzato con cinque colpi di pistola. Un fan squilibrato, si è detto. L’inchiesta venne chiusa troppo in fretta, ma molti di noi pensano che dietro all’assassinio ci sia stato un complotto dei servizi segreti per eliminare un leader troppo scomodo. Al suo funerale c’era una folla incontenibile, avvolta nella sensazione che il sogno era davvero finito. Lo sparo di un “folle” e un funerale imponente: proprio com’era accaduto per il Mahatma Gandhi, per John Fitzgeral e Bob Kennedy, per Martin Luther King. Quello che resta oggi è soprattutto nella sua immagine, nel volto di John con lo sguardo ironico e malinconico, dal quale scaturiscono musica, parole ed energia dispensate a tante generazioni di ieri, di oggi e di domani.

Seconda parte, fine;

la prima parte è stata pubblicata il 9 ottobre

* giornalista, beatlesiano.

Verona, 8 dicembre 2020

HUFFINGTON POST

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Tra le varie polemiche giornalistiche, c’è stata in questi giorni anche quella tra Boldrini e Feltri (padre e figlio). Non voglio entrare nel merito, ma dico solo che sto dalla parte di Laura Boldrini, che non ha offeso nessuno, ma gli è stato impedito di esprimere il proprio parere su quella testata.

Nel mio piccolo, posso portare una testimonianza.Per alcuni anni ho tenuto un blog ospitato su Huffington post. Se ne trova ancora traccia qui: https://www.huffingtonpost.it/author/mao-valpiana/

Poi, più o meno con il passaggio di direzione da Lucia Annunziata a Mattia Feltri, non ho più avuto accesso. Chiuso, tagliato, finito. Senza nessuna spiegazione, senza nessuna risposta alle mie molteplici richieste di chiarimento: ho dato fastidio a qualcuno? I miei scritti antimilitaristi non piacevano più? Le opinioni del presidente del Movimento Nonviolento erano diventate inutili? Fatto sta che sono stato “licenziato” senza giusta causa e senza comunicazione alcuna dalla direzione di Feltri figlio.

Peccato, ora non ho nemmeno la soddisfazione di togliere la mia collaborazione in solidarietà con Laura Boldrini, come hanno fatto Luca Paladini (i Sentinelli) e Barbara Collevecchio (psicologa junghiana). Vabbè, chi volesse continuare a leggermi lo può fare sul mio blog personale e su Azione nonviolenta.

E tanti saluti alla famiglia Feltri.

P.S. Se siete interessati e vi siete persi le puntate precedenti, le trovate qui: https://www.giornalettismo.com/huffington-post-paladini…/