Tagliare le spese militari, finanziare politiche di pace

Tag

, , , , , , , , , ,

L’appello dei Nobel, le parole del Papa, le Campagne per il disarmo

di Mao Valpiana *

L’appello di 50 premi Nobel e accademici “Una semplice concreta proposta per l’umanità”, ha un grande merito: quello di aver posto al centro dell’agenda politica globale la necessità della riduzione delle spese militari. L’obiettivo è ragionevole e possibile: un negoziato comune tra tutti gli Stati membri dell’ONU per ridurre del 2% ogni anno, per 5 anni, le spese belliche di ciascun paese, liberando così un “dividendo di pace” di 1000 miliardi di dollari entro il 2030.

Questa proposta si va ad aggiungere e rafforza altre proposte avanzate negli anni nella stessa direzione: Papa Francesco ha scritto nell’Enciclica Fratelli tutti: “E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri”. E in occasione della Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio 2022, Papa Francesco ribadisce: “È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio”.

La Campagna mondiale GCOMS (Global Campaign on Military Spending – campagna internazionale sulla spesa militare), promossa dall’International Peace Bureau (IPB, Premio Nobel per la Pace 1910) si pone come finalità principale la richiesta urgente di uno spostamento di fondi (almeno il 10% annuo) dai bilanci militari verso la lotta contro la pandemia da Covid-19 e il rimedio alle crisi sociali e ambientali che colpiscono vaste aree del mondo.

Dunque, la direzione da intraprendere è condivisa, ma qual è la strategia efficace per raggiungere l’obiettivo? I premi Nobel propongono un approccio multilaterale, negoziati razionali per una riduzione comune e concomitante che mantenga l’equilibrio e la deterrenza; il beneficio di questa cooperazione deriva da un fondo globale utilizzato per affrontare i problemi comuni (riscaldamento climatico, pandemia, povertà) e da una parte di risorse lasciate a disposizione dei singoli governi per reindirizzare la ricerca militare verso applicazioni pacifiche. È una strada realistica? C’è davvero la volontà politica di tutte le nazioni di scegliere il disarmo controllato e bilanciato? La storia degli accordi bilaterali di disarmo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) e START (Strategic arms reduction treaty) tra USA e URSS, negli anni ‘80, per il ritiro delle armi nucleari strategiche, dimostra che la strada del disarmo è possibile, praticabile e può dare risultati. Dopo le delusioni per i continui rinvii e fallimenti degli accordi SALT (Strategic Arms Limitation Talks) degli anni ‘70, il rapporto cambiò per la disponibilità al dialogo tra Reagan e Gorbaciov, ma furono i passi unilaterali di Gorbaciov ad imporre un clima di fiducia e dunque la fine della guerra fredda: Gorbaciov annunciò una moratoria unilaterale sui test di armi nucleari ed il 1° gennaio 1986 avanzò una proposta per la messa al bando di tutte le armi nucleari entro il 2000; nel dicembre 1988 fu ancora Gorbaciov ad annunciare alle Nazioni Unite un ritiro unilaterale di 50.000 soldati dall’Europa orientale e la smobilitazione di 500.000 truppe sovietiche. Nel 1990 Gorbaciov ricevette il premio Nobel per la Pace “per il suo ruolo di primo piano nel processo di pace”. Ci vuole sempre chi inizia facendo il primo passo.

Gandhi diceva che la dottrina della nonviolenza resta valida anche tra Stati e Stati: “prima del disarmo generale qualche nazione dovrà iniziare a disarmarsi; il grado della nonviolenza in quella nazione si sarà elevato così in alto da ispirare il rispetto di tutte le altre”.

Proprio per rafforzare e iniziare a praticare l’appello dei Nobel, del Papa, e delle Campagne disarmiste sostenute dall’opinione pubblica, ci vuole chi fa un primo passo, che sarà seguito da passi altrui. L’Italia può dare un esempio virtuoso, senza mettere in discussione la sua politica di difesa e sicurezza garantita dall’articolo 52 della Costituzione, ma ottemperando al dettame di ripudio della guerra dell’articolo 11: applicare una “moratoria” sulle spese aggiuntive dei programmi per nuovi sistemi d’arma, un taglio di 5/6 miliardi da spostare subito su capitoli di spesa per politiche di pace e cooperazione. È quello che chiedono Rete Pace e Disarmo con Sbilanciamoci!, e che da anni sostiene la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per il riconoscimento della Difesa civile non armata e nonviolenta (protezione civile, servizio civile, corpi civili di pace) da finanziare con fondi sottratti alle armi. Una proposta di Legge che istituisce il Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta è depositata in Parlamento; la sua discussione e approvazione in questa legislatura rappresenterebbe, insieme all’attuazione della moratoria per le spese di nuovi sistemi d’arma, quel “primo passo” nella giusta direzione della nostra nazione, che così potrebbe presentarsi al tavolo dell’Onu per sostenere con autorevolezza la “semplice concreta proposta per l’umanità” presentata dai premi Nobel.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna fare presto a disarmare la guerra e finanziare la pace.

* Presidente nazionale del Movimento Nonviolento

Verona, 21 dicembre 2021

Sul caso Riace, dei mezzi e dei fini

Tag

, , , , ,

La condanna di Mimmo Lucano pone molte questioni, chiama in gioco principi di legalità e umanità; ma per gli amici della nonviolenza c’è una domanda, diretta e immediata, alla quale bisogna rispondere: il fine giustifica i mezzi? o i mezzi sono tanto importanti quanto il fine? Abbiamo imparato, leggendo Gandhi, che i mezzi contano anche più del fine, perché sono i mezzi scelti che determinano la qualità del fine perseguito. Si può derogare utilizzando mezzi corrotti a fin di bene? Nel caso di Riace siamo di fronte ad atti illegali o a una forma di disobbedienza civile?

Basito, come tanti, dalla pesantezza della condanna a 13 anni e 2 mesi, emessa dal Tribunale di Locri nei confronti dell’ex Sindaco Mimmo Lucano e altri, ho cercato di capire meglio andando direttamente alla fonte. Ho letto le carte del processo, le 129 pagine dell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari con i capi di imputazione, ho ascoltato le ragioni del Procuratore, del Pubblico Ministero, della Difesa.

Leggerò anche le motivazioni della sentenza, quando saranno pubblicate, per capire perché siano state raddoppiate le condanne chieste dall’accusa e perché non siano state applicate nemmeno le attenuanti generiche. Poi ci sarà l’appello e infine la Cassazione. Fino alla sentenza definitiva a Lucano va riconosciuta la presunzione di innocenza. Le sentenze si rispettano ma si possono discutere, e non è difficile pensare che in questa sentenza ci sia stato accanimento, forse una vendetta, un regolamento di conti in atto, un voler penalizzare il diritto al soccorso che costituisce il fondamento stesso dei diritti universali della persona.

Tuttavia bisogna attenersi ai fatti processuali. E i fatti emersi sono pesanti.

I reati contestati vanno dall’abuso d’ufficio alla truffa, dalla concussione al peculato, dalla turbativa d’asta alla falsità ideologica, fino ai delitti contro la pubblica amministrazione e il patrimonio e alla truffa aggravata a danno dell’Unione europea; il tutto con l’aggravante dell’associazione a delinquere.

Il Tribunale ha riconosciuto una lunga serie di irregolarità per piegare l’afflusso di fondi pubblici ai progetti di accoglienza a Riace, indebite rendicontazioni SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), CAS (centri di accoglienza straordinaria) e MSNA (minori stranieri non accompagnati), tramite associazioni e cooperative appositamente costituite, a volte anche in totale assenza di documentazione attestante i costi sostenuti, false fatturazioni, false prestazioni lavorative.

Per gli anni dal 2014 al 2017 il Tribunale ha calcolato un danno patrimoniale per lo Stato di oltre 10 milioni di euro.

La stessa difesa di Lucano ha ammesso che sono stati fatti errori di carattere amministrativo, ma che eventualmente riguardano il Tar o la Corte dei conti e non hanno rilevanza penale.

Se ci troviamo di fronte a reati penali o illeciti amministrativi, lo stabiliranno i prossimi gradi del giudizio, così come se si tratta di errori o di truffe. La buona fede non si nega a nessuno, ma i fatti vanno accertati.

Non spetta a me giudicare i singoli comportamenti. I protagonisti della vicenda sanno in coscienza come e perché hanno agito così, e i giudici accerteranno le responsabilità personali.

Le domande che qui mi pongo sono:

– per realizzare un fine buono (il sistema di accoglienza a Riace), è lecito agire in modo fraudolento (falsificare la documentazione)?

– dichiarare il falso per ottenere i fondi necessari ad un buon progetto, è una forma di disobbedienza civile?

La disobbedienza civile è tale se dichiarata apertamente, se c’è un’assunzione di responsabilità, e se ha un progetto di miglioramento della legge violata.

Nei dibattiti di questi giorni sono stati fatti paragoni con don Lorenzo Milani o Danilo Dolci.

A me pare in modo improprio. Don Milani fu processato per un reato d’opinione: aveva semplicemente espresso la sua verità sull’obiezione di coscienza. Accettò il processo, si difese da solo con la sua lettera ai Giudici “L’obbedienza non è più un virtù” e non volle nessuna manifestazione di solidarietà né prima né dopo il processo. Alla fine fu assolto.

Danilo Dolci, con lo sciopero alla rovescia, occupò le terre alla luce del sole, in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, per dare lavoro ai contadini. Fu condannato a 50 giorni che scontò in carcere.

Il caso di Lucano mi pare francamente diverso. È un Sindaco che non ha intascato per se stesso nemmeno un euro, ma ha firmato delibere, bilanci, rendicontazioni non corrispondenti al vero per ottenere le risorse necessarie a mantenere in vita un progetto sempre più costoso.

Non voglio, qui, aprire la discussione sul vasto tema della legislazione italiana su immigrazione e accoglienza, che certamente è inadeguata, arretrata e va modificata. Così come non voglio discutere del modello messo in piedi a Riace, che certamente ha rappresentato un’eccellenza e ha dimostrato le grandi potenzialità di una politica dell’accoglienza e dell’inclusione.

Quello di cui è necessario discutere è la necessaria coerenza tra mezzi (progetti di inclusione sociale) e fini (riconoscere i diritti di tutti). L’aspetto politico del processo di Locri chiama in causa le contraddizioni delle politiche migratorie e umanitarie, tra responsabilità e solidarietà. In questo senso siamo tutti coinvolti.

“Fare bene il bene” è un monito saggio. C’è un solo dovere che va applicato sempre “senza se e senza ma”, ed è quello di salvare vite umane; per tutto il resto è sempre meglio porsi “tanti se e tanti ma”, anche sui metodi della nonviolenza, soprattutto quando c’è di mezzo il bene comune.

Mao Valpiana

P.S. 1 – Tra i tanti articoli usciti dopo la condanna, uno su tutti vale la pena di essere letto, pubblicato su Vita.it con il titolo “Riace, dalla narrazione degli eroi alla responsabilità collettiva” di Massimo Iiritano

http://www.vita.it/it/article/2021/09/30/riace-dalla-narrazione-degli-eroi-alla-responsabilita-collettiva/160587/?fbclid=IwAR2dMxxfB2JSfCBhSYyYWySGWoe98CoF80z4VYJhLgWAm9dPwoTwAwI__gA

P.S. 2 – Tra le tante raccolte di firme, appelli, dichiarazioni, manifestazioni che sono state organizzate in questi giorni, una che mi pare utile e concreta è la raccolta fondi lanciata da Eugenio Mazzarella su Avvenire.it

“… una cosa però possiamo fare: aiutare Mimmo Lucano a sostenerne il fardello, la croce morale che gli è stata inflitta, dal lato pratico della aggiuntiva sanzione economica della restituzione dei cinquecentomila euro di fondi europei che, a dire della sentenza, sarebbero stati impiegati in modo improprio o francamente illegittimo. Lanciamo per questo un appello a una raccolta di fondi per mettere in condizione Mimmo Lucano di sostenere il peso economico abnorme di questa sanzione”.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/lucano-dolci-e-calamandrei-un-appello-inizia-a-crescere

2 ottobre, buon compleanno Gandhi

Tag

, , , ,

Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. Eppure Gandhi è considerato, giustamente, il padre della nonviolenza moderna perché ne ha fatto un metodo di lotta politica contro le ingiustizie, per la libertà, la pace.

L’Assemblea generale dell’ONU ha indetto la Giornata Internazionale della Nonviolenza nel giorno della nascita di Mohandas K. Gandhi, chiamato il Mahatma, la grande anima. Se da un lato questa ricorrenza ha contribuito alla divulgazione del messaggio della nonviolenza “anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”, dall’altro si corre il rischio – ogni anno di più – della vuota commemorazione, della ritualità ineffettiva, per dirla con una parola, della retorica.

Per le amiche e gli amici della nonviolenza è un giorno di festa, ma soprattutto di riflessione, autocritica, a partire dall’eredità politica e spirituale di Gandhi, eredità che si misura nella stretta connessione tra ideali della nonviolenza, sperimentazione delle tecniche e programma costruttivo. Nessuno di questi aspetti può essere vissuto autenticamente – è l’insegnamento del Mahatma – senza gli altri.

E allora: come stiamo contribuendo oggi al programma della nonviolenza, allo sviluppo sempre creativo della sua teoria e prassi? Se è vero che la nonviolenza è insieme “antica come le colline” e “novità rivoluzionaria” sta a noi andare avanti, scegliere quali direzioni prendere per la trasformazione nonviolenta della nostra società.

Il mio campo è l’azione, e io faccio ciò che comprendo essere il mio dovere, in accordo con le mie possibilità e ciò che sopraggiunge lungo la mia strada”. Ciò che ci è venuto incontro in questi ultimi anni (la crisi climatica, l’impennata del riarmo internazionale, la pandemia) ci impone di allargare il campo d’azione e moltiplicare le possibilità di agire concretamente con la nonviolenza.

Per noi la nostra Festa del 2 ottobre è la valorizzazione e il rilancio dell’impegno quotidiano dei nostri gruppi territoriali, della rivista Azione nonviolenta, della promozione del Servizio Civile Universale, del nostro approfondimento dei temi della memoria e dell’ecologia. Se queste tante iniziative trovano un collante internazionale nella nostra partecipazione attiva alla War Resisters International (l’Internazionale dei resistenti alla guerra), di cui quest’anno ricorre il Centenario, in Italia trovano forza nella Rete italiana Pace e Disarmo.

È questa oggi la Rete più ampia e matura delle associazioni pacifiste, disarmiste, nonviolente, ambientaliste, culturali, sindacali e del volontariato, che ha raccolto l’eredità gandhiana della nonviolenza politica organizzata e quella capitiniana della Consulta italiana per la Pace nata dopo la Marcia Perugia-Assisi del 1961, promuovendo un programma costruttivo le cui gambe sono Campagne con obiettivi al passo coi tempi, concreti e precisi: l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta, la riduzione delle spese militari, il blocco all’export di armamenti verso Paesi in conflitto e che violano i diritti umani, la ratifica italiana del Trattato di messa al bando delle armi nucleari, il finanziamento degli interventi civili di pace presenti nei paesi in conflitto.

Se si ha chiaro che queste campagne e obiettivi sono il punto di arrivo comune, slogan e iniziative generiche lasciano il posto alla forza del pensiero e della pratica della nonviolenza attiva. Ci pare questa la modalità persuasa di celebrare la Giornata internazionale della nonviolenza. È questa la nostra “marcia collettiva”, non di un solo giorno, ma dei giorni che verranno, per un futuro di pace e disarmo per tutti.

Lanza del Vasto, inviato da Gandhi a convertire l’Occidente

Tag

, , , , ,

Le foto d’epoca ci mostrano il volto dai lineamenti eleganti, lo sguardo profondo, la barba da profeta dell’Antico Testamento. Era un bell’uomo Giovani Giuseppe Lanza del Vasto, appoggiato al bastone patriarcale, con la tunica tessuta all’arcolaio della sua Comunità dell’Arca. Lanza del Vasto fondò in Occidente delle comunità gandhiane ispirate ai principi dell’autosufficienza, indipendenza e povertà. Egli volle, con il suo insegnamento spingere “alla ricerca della presenza interiore” e all’attuazione dell’ideale della nonviolenza come criterio ispiratore di vita comunitaria e come luogo liberato dai mali della modernità. Sebbene sia nato e abbia trascorso gli anni della sua infanzia a San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, Lanza del Vasto, che la Francia celebra come filosofo, profeta, riformatore e saggio “degno di occupare un posto a parte nel rinnovamento spirituale della nostra epoca” in Italia è pressoché sconosciuto.

Eppure, Lanza del Vasto è uno degli italiani profeti della nonviolenza, insieme a Francesco d’Assisi, Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Lorenzo Milani, Alexander Langer. Abbiamo regalato al mondo delle perle preziose, e non lo sappiamo.

Giovanni Giuseppe Lanza del Vasto nasce nel 1901 a San Vito dei Normanni, da una famiglia nobile e agiata. Ancora fanciullo si trasferisce con tutta la famiglia a Parigi dove frequenta il liceo e consegue, nel 1920, il diploma di Baccelliere che lo abilita all’insegnamento del latino, del greco e della filosofia negli istituti secondari superiori. Non avendo bisogno di lavorare potè dedicarsi, oltre che agli studi filosofici (si laureò alla normale di Pisa con una tesi intitolata “ Trinità Spirituale”), anche alla musica, alla pittura, ai viaggi, alla poesia e al cesello.

Frequenta gli ambienti della Parigi bene e per un anno si dà alla vita di società in Germania. A diciannove anni torna in Italia per gli studi universitari. Leggendo San Tommaso, si converte alla fede dei padri che lo conduce ad una forte ricerca di senso per la difficoltà ad inserirsi nella società “ordinaria”. La mondanità dei salotti fiorentini, allo stesso modo di quella dei salotti parigini, non lo soddisfa. Sente di essere lontano dal mondo e contemporaneamente non capisce quale sia il suo. Pena di fare il poeta o l’attore cinematografico. Poi, inquieto, decide di intraprendere un viaggio iniziatico a piedi attraverso il sud dell’Italia. L’esperienzo lo spinge apercorrere i sentieri dell’India. Parte quando ha 35 anni per rispondere alle inquietudini del suo animo, bisognoso di evadere da un sistema di cui riconosceva le brutture e la pochezza spirituale, e desideroso di comprendere come attuare la propria religiosità. Il Mahatma Gandhi ha già fatto la sua Marcia del Sale contro il colonialismo inglese, ed è conosciuto a livello mondiale per aver scelto la nonviolenza come lotta di liberazione. Lanza lo vuole incontrare. Gandhi lo accoglie nel suo ashram, il villaggio comunitario, e gli chiede di tralasciare ogni lavoro intellettuale e dedicarsi all’attività manuale. Lanza in quei mesi conosce la vita delle Comunità fondate da gandhi in cui gli uomini vivono secondo i principi di sarvodaya (benessere di tutti), satyagraha (forza della verità), ahimsa (nonviolenza), swaraj (autolimitazione), swadeshi (autosufficienza, dipendenza da sé), aparigraha (povertà volontaria).

Finalmente il giovane pellegrino si sente a casa. In Gandhi, infatti, Lanza trova quella unità di vita, quella coerenza del fare rispetto al pensiero, che illumina in lui il modo di condurre il proprio vivere per dar corpo alla verità. Il Mahatma dà a Lanza un nuovo nome, che è anche un programma di vita: Shantidas (servitore della pace). Dopo tre mesi di permanenza nell’Ashram Lanza esprime il proposito di fare un pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, un percorso iniziatico per arrivare alle sorgenti dell’io e ritrovare se stesso e una nuova concezione della vita e del mondo.

Lanza si sente chiamato a tornare in Occidente per seminarvi la dottrina di Gandhi attraverso la fondazione di una confraternita votata alla nonviolenza di vita, tra spiritualità e azione.

Ma ancora non si sente pronto a realizzare il suo progetto. Intraprende un nuovo pellegrinaggio a piedi in Terra Santa, per un anno.

Torna in Europa, già aggredita dal morbo nazista, quando i rumori delle devastante guerra si fanno già sentire. Sente l’urgenza del suo progetto di fondare un ordine che professasse e praticasse la nonviolenza, confidandolo a Simone Weil, che lo incoraggia ad andare avanti.

Finalmente, dopo vari tentativi la Comunità prende corpo a la Borie Noble, nel sud della Francia, regione Midi-Pyrenees, con circa centocinquanta persone, a cui dà il nome di Arca: “noi ci chiameremo l’Arca, quella di Noè beninteso. E noi gli animali dell’Arca”. È il 1944.

L’Arca è un ordine patriarcale, ecumenico, nonviolento, composto da famiglie e singoli, che provvede al proprio sostentamento con il lavoro manuale di tutti i membri. L’Arca deve attraversare il mare in tempesta delle armi nucleari e della crisi ecologica, per portare l’umanità alla salvezza.

Alla notizia dell’assassinio di Gandhi, nel 1948, torna in India dove incontra Vinoba Bhave, l’erede spirituale del Mahatma e lo segue nelle sue marce percorse a piedi in gran parte del subcontinente indiano per la campagna Bhoodan, cioè reclamare dai possidenti latifondisti il dono della terra per chi non ne aveva, una riforma agraria nonviolenta.

Dagli anni ‘50 fino alla morte sopraggiunta nel 1981, Lanza del Vasto è stato protagonista di numerose e clamorose azioni nonviolente

Guerra in Algeria

Una delle prime battaglie di lotta nonviolenta condotte da Lanza fu quella contro le torture che i parà francesi infliggevano ai prigionieri algerini, e sulle quali le autorità stendevano un velo di complice omertà.

Campi di internamento

L’azione sui fatti della guerra continuò con le manifestazioni contro i cosiddetti “campi di assegnazione a residenza sorvegliata”, in verità veri e propri campi di concentramento, in cui venivano rinchiusi gli algerini considerati sospetti.

Corsa agli armamenti

Un’altra azione molto significativa fu quella condotta contro la centrale nucleare di Marcoule in cui si stava realizzando la bomba atomica.

Larzac.

È una regione contadina dei Pirenei dove il Ministero della Difesa decise di ingrandire un campo militare di Larzac portandolo a 7.000 ettari tolti al pascolo. Shantidas cominciò un digiuno, che sarebbe durato due settimane e al quale ogni giorno parteciparono a turno i contadini. La lotta durò un decennio. Vi furono manifestazioni clamorose come la marcia con le pecore che arrivò sotto la Torre Eiffel, e quella con i trattori che arrivò fino ad Orleans. Alla fine vinsero e il poligono militare anziché allargarsi, si restrinse.

Concilio Vaticano II

Lanza ebbe un ruolo attivo, a sostegno degli obiettori di coscienza attua un digiuno della durata di quaranta giorni. Al termine gli viene consegnata in anteprima l’Enciclica Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII, dicendogli che vi erano pagine che avrebbe potuto scrivere lui.

Bibliografia minima:

Giuda. Pellegrinaggio alle sorgenti. L’Arca aveva una vigna per vela. Introduzione alla vita interiore. Vinoba o il nuovo pellegrinaggio. Che cos’è la nonviolenza.

I libri in italiano di Lanza del Vasto sono editi da Jaca Book.

24 settembre 1961, 60 anni dopo Aldo Capitini

Tag

, , , , , ,

I 60 anni della prima Marcia storica di Aldo Capitini, da Perugia ad Assisi, vanno celebrati per conservare e trasmettere la memoria, e perché quella Marcia rappresentò una grande novità, fu a suo modo rivoluzionaria, uno spartiacque con un prima e un dopo (prima il pacifismo di partito, dopo il pacifismo nonviolento); quella Marcia diede anche un frutto fortemente voluto da Capitini stesso: la nascita del Movimento Nonviolento.

Una Marcia così non c’era mai stata in Italia. Processioni religiose sì, se ne vedevano tante, e anche cortei di partito, in tutte le regioni. Ma chiamare a raccolta gente di popolo, per camminare nelle campagne umbre con un obiettivo politico (lanciare l’idea del metodo nonviolento di lotta), era proprio una novità. Ci voleva uno come Aldo Capitini, pacifista nonviolento, libero religioso, per convocare la Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli del 24 settembre 1961.

In un momento internazionale difficile (costruzione del Muro di Berlino, avvio della crisi cubana, contrapposizione tra Patto di Varsavia e Nato con la minaccia di conflitto atomico) Capitini volle unire i filoni storici, laici e religiosi, del pacifismo socialista, comunista, cattolico, radicale, nel comune desiderio di pace per il mondo.

Il senso profondo di quella originale iniziativa fu espresso dallo stesso Capitini; bisognava che la Marcia: – partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; – dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica; – fosse l’occasione per la presentazione e il “lancio” dell’idea del metodo nonviolento (da qui il richiamo alle due figure della nonviolenza, Francesco e Gandhi).

La Marcia, dapprima avversata dai partiti, fu un successo “dal basso”. Superò il vecchio pacifismo generico, che vacillò davanti alla prima e alla seconda guerra mondiale, e introdusse in Italia la nonviolenza come programma politico.

Per questo, anche se molti gli chiesero di ripetere l’iniziativa annualmente, Capitini rifiutò per evitare il rischio che la Marcia, e lo stesso ideale di Pace, divenissero ritualità e stanca ricorrenza.

Quando, qualche tempo dopo, disse “C’è stato chi ha detto che la Marcia Perugia-Assisi era così bella che è irripetibile. Ma come non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito così importante?” si riferiva alle Marce specifiche “contro la guerra” che lui stesso organizzò in alcune città (Roma, Bologna) e in molti centri della Toscana e dell’Umbria. Erano le iniziative locali messe in campo dalla Consulta italiana per la pace, guidata dallo stesso Capitini, che riuniva e collegava le principali associazioni pacifiste di allora, così come oggi fa la Rete italiana Pace e Disarmo. Fu in quell’occasione che Capitini scrisse “Una marcia non è fine a se stessa, produce onde che vanno lontano”, e in qualche modo quelle onde sono arrivate fino a noi.

Oggi marce e manifestazioni non sono più una novità. Hanno senso solo se legate ad un obiettivo preciso, ad una campagna in atto, a mobilitazioni specifiche. Celebrazioni rituali, retoriche, autoreferenziali, ripetitive, andrebbero fuori dal tracciato della nonviolenza attiva, innovativa, trasformativa, che ci è stata tramandata proprio dal pensiero capitiniano.

Un movimento per la pace che fosse fatto principalmente o esclusivamente di marce e petizioni per chiedere disarmo o condanna di certe aggressioni militari, non avrebbe grande credibilità, soprattutto se si limitasse ad invocazioni generiche di pace cui nessuno potrebbe dirsi contrario, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto. Sono convinto che oggi il settore R&S, ricerca e sviluppo della nonviolenza, debba fare grandi passi in avanti e non debba fermarsi alle ormai tradizionali risorse”. Sono parole di Alexander Langer, che scrisse per un congresso del Movimento Nonviolento, nelle quali ci riconosciamo pienamente e di cui vogliamo fare tesoro.

Per questo a noi sembra che il modo migliore per ricordare la Marcia del 1961, e ringraziare Aldo Capitini, sia quello di proseguire e rafforzare le Campagne nelle quali siamo impegnati, per la riduzione delle spese militari, per gli interventi civili di pace nei conflitti in corso, per la messa al bando delle armi nucleari, per l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta.