Re Mida (al contrario)

Tutto quello che toccano … diventa merda.

I Re Mida al governo del paese hanno un record negativo: anche quando affrontano temi condivisibili, lo fanno in modo talmente maldestro, cialtronesco, arrogante, che distruggono in poco tempo battaglie storiche ed importanti, sulle quali, a fatica, si erano costruite convergenze trasversali.

Faccio solo i due esempio più recenti.

1) Il movimento No Tav ha delle ragioni incontestabili: i costi ambientali di devastazione della Val di Susa; la non economicità dell’opera imponente; l’inquinamento prodotto per la realizzazione decennale delle infrastrutture non è compensato dal beneficio del trasferimento delle merci da gomma a ferro; l’alta velocità a lunga percorrenza penalizza ulteriormente i treni a bassa velocità per il trasporto locale. Negli anni il movimento No Tav aveva elaborato serie proposte alternative, di binari ad alta capacità, di salvaguardia dei luoghi più delicati e fragili, di privilegio del trasporto di merci e locale: insomma, ad opera avviata si poteva trovare un terreno di discussione e mediazione sia nazionale che internazionale. Ora le posizioni propagandistiche, ideologiche e superficiali (e lo scontro interno al governo tra favorevoli e contrari alla mega opera), rischiano di vanificare anni ed anni di mobilitazioni, studi, proposte, contrattazioni locali.

2) Il movimento No Vax, al di là di alcune posizioni inaccettabili, estremiste, antiscientifiche, ha anche delle ragioni che affondano le radici nell’articolo 32 della Costituzione, che garantisce la libertà terapeutica, e nell’articolo 34, che garantisce comunque a tutti il diritto alla scuola; vi sono state proposte e pratiche avanzate (anche in Regioni virtuose) che hanno saputo conciliare il diritto collettivo alla salute e il diritto individuale alle terapie, il diritto all’informazione, la critica anche alla scienza medica (che nell’applicazione non è mai neutrale), senza ledere il diritto dei minori a frequentare la scuola, trovando il giusto equilibrio. Ora alcune posizioni propagandistiche, ideologiche e superifiali di membri della maggioranza, rischiano di vanificare anni e anni di un movimento basato sul principio di precauzione e sul rispetto dei diritti/doveri sanitari per tutti.

Oggi c’è quasi da vergognarsi a proclamarsi No Tav o No Vax, per il pericolo di essere confusi o fraintesi come dei pentastellati sprovveduti.

Con le recenti prese di posizione da campagna elettorale infinita, sostenute da ministri del Governo, che banalizzano e sputtanano due movimenti importanti, è come se si fosse buttato nel cesso un pensiero profondo, su cui tanti di noi si sono formati (penso, ad esempio, a “Nemesi medica” e “Energia ed equità” di Ivan Illich, testi da riprendere in mano e rileggere).

Re Mida si è rovinato perchè tutto quel che toccava diventava oro, e non poteva più nemmeno mangiare. Tutto quel che toccano quelli che oggi sono al governo, lo trasformano in merda, e se la mangiano.

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La Marcia Perugia-Assisi è una risposta al governo che calpesta i diritti e sdogana la xenofobia

Caro Roberto Saviano,

c’è un luogo nel quale tutti coloro che risponderanno positivamente al tuo appello potranno trovarsi fisicamente insieme: la Marcia da Perugia ad Assisi del prossimo 7 ottobre.

La “Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli”, come la chiamò l’ideatore Aldo Capitini, può essere la prima risposta forte, corale, nazionale, al governo che calpesta i diritti e sdogana la xenofobia.

A chi sparge odio rispondiamo con la pace. A chi innalza muri e ripristina confini rispondiamo con la fratellanza tra i popoli. Pace e fratellanza: sono queste le due gambe sulle quali da più di cinquant’anni cammina il popolo della Perugia-Assisi.

In quel tragitto, così evocativo, ciascuno può sentirsi a casa, ognuno nella sua diversità e con la sua specificità. La Marcia è di tutti, di tutti coloro che si riconoscono nei valori, laici e religiosi, a fondamento del vivere civile, di solidarietà e condivisione, di tutti coloro che vogliono rispettare e attuare i principi fondamentali della Costituzione italiana: unità della Repubblica, diritti, lavoro, uguaglianza, libertà, laicità, tutela delle minoranze, promozione della cultura, difesa del territorio, diritto d’asilo, ripudio della guerra.

Aldo Capitini era un profeta. Voleva unire cattolici e comunisti sul tema della pace, creare un ponte tra oriente e occidente, vincere la paura atomica, farne il primo punto dell’agenda politica.

Con la lungimiranza della nonviolenza, ci lascia in eredità lo strumento per ripudiare la guerra e la violenza. Oggi possiamo riprendere quel cammino, finalmente senza più ritualità e particolarismi, a partire dal conflitto che ci troviamo di fronte: c’è una guerra in atto della maggioranza politica contro i diritti di tutti (i diritti si misurano sempre a partire dal più debole ed indifeso, che oggi è il migrante che attraversa il mare per cercare aiuto).

Rompere il silenzio, certo, dire una parola per prendere posizione contro la barbarie che cresce, ma anche mettersi in cammino l’uno a fianco dell’altro, per uscire dall’isolamento, può essere decisivo.

Oggi la politica si è armata di odio, il governo incita il cittadino alla difesa armata fai-da-te: l’alternativa a questo precipizio è il disarmo, disarmare il pensiero, disarmare le parole, disarmare le azioni. La nonviolenza è la risposta vincente, capace di moltiplicare gli anticorpi che potranno prosciugare il brodo di coltura nel quale stanno proliferando i batteri dell’ignoranza, dell’egoismo, del fascismo.

Tu citi Sant’Agostino, che ci parlava di politica e giustizia, io ti rispondo con un altro santo, laico, Martin Luther King, il quale diceva: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”. Per questo dobbiamo rispristinare la verità delle parole. Il Vangelo dice: “il vostro parlare sia: sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno”. Diciamolo chiaro che i crocefissi veri, di carne, vivi, vengono ben prima dei crocefissi finti, di plastica, morti. Dire il contrario è blasfemo, è menzogna che viene dal Male. Perciò anche le parole della Marcia dovranno essere chiare e semplice, comprensibili da tutti: no alla guerra e alle armi; no alla violenza; sì alla fraternità, all’accoglienza; sì al dialogo. La scelta è chiara, o di qua o di là. O nonviolenza, o non esistenza.

La Marcia è una manifestazione “dal basso”, che ne comincia tante altre; avvia un’unità che è la massima che si può stabilire in Italia: quella nel nome della pace. La resistenza alla guerra diventa il tema dominante, che ha conseguenze politiche ben precise: no agli enormi stanziamenti per le spese militari, no agli strumenti di morte come gli F35, no all’industria bellica, no all’esportazione di armi nei paesi belligeranti, che creano morte, distruzione, migrazioni forzate e profughi che fuggono dal terrore e dalla miseria. Marciare per la pace è una risposta alla politica globale.

Dunque l’invito agli amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, è quello di mettersi in cammino per la pace, da Perugia ad Assisi.

Saremo in tanti a riprendere in mano la politica della nonviolenza.

Mao Valpiana

24 luglio 2018

L’appello di Roberto Saviano è stato pubblicato qui:

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

Vitalizi e privilegi militari

Quella contro i vitalizi ai parlamentari è la battaglia più facile che ci sia: consenso sicuro al 99,99%. Dopo anni e anni di martellante campagna “contro la casta” (ma in realtà contro la politica) fatta dal pornogiornalismo (Giordano, Giletti, Paragone, Belpietro), il popolo televisivo si è convinto che sono dei “privilegi rubati”. Che poi sia una materia complessa, che lo Stato di diritto non preveda leggi e provvedimenti punitivi retroattivi, che le “indennità differite” (questo il vero nome) non siano assimilabili alle pensioni, e che l’istituto avesse delle ragioni e fosse legittimo, poco importa: l’importante è assicurarsi lo scalpo degli ex parlamentari come “simbolo”, per “dare un segnale” (ma è accettabile che le istituzioni siano ridotte a strumenti di propaganda?).
Comunque sia, se i vitalizi sono da abolire oppure no, lo deciderà la Corte Costituzionale che verrà investita del problema, e dirà finalmente una parola definitiva (piaccia o no, le regole sono queste).
Ciò che voglio far notare è che mentre tutti, spesso con la bava alla bocca, se la prendono con i vitalizi politici (cifra da risparmiare, meno di 40 milioni di euro), a nessuno dei “giustizialisti” è mai venuto in mente di contestare, o almeno chiedere chiarezza, su un altro tipo di vitalizi, quelli dei militari (forse perchè la casta degli ex parlamentari è un facilissimo bersaglio, mentre per colpire i militari ci vogliono mira e coraggio?).

Ecco qui qualche cifra, se i due bulli al Ministero del Lavoro e degli Interni avessero voglia di alzare veramente la testa e farsi dei nemici importanti:

1) Nel mondo militare italiano abbiamo più comandanti che comandati (87mila tra ufficiali e sottufficiali, 83mila tra graduati e truppa): circa 6,5 miliardi di soli stipendi. Agli alti ufficiali, per ridurne il numero esorbitante, viene garantito uno scivolo d’uscita grazie al quale essi vengono esonerati dal lavoro continuando però a percepire lo stipendio per i successivi 7 anni, anticipandone l’accesso a 53 anni e abolendo l’obbligo di aver maturato i requisiti per la pensione anticipata.
2) Il recente riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze armate prevede aumenti retributivi generalizzati per 400 milioni di euro ogni anno, di cui beneficeranno in particolare i circa diecimila ufficiali superiori promossi per decreto da “direttivi” sottoposti a contratto pubblico a “dirigenti” con tutti gli aumenti automatici previsti per le carriere dirigenziali.
3) Gli ufficiali con 13 anni di servizio percepiscono lo stipendio del colonnello, pur non essendolo, e con 23 anni quello di generale di brigata, pur non essendolo. Con 15 anni di servizio percepiscono l’intero trattamento economico di colonnello, e con 25 anni quello di generale di brigata.
4) Tutti gli ufficiali superiori (anche maggiori e tenenti colonnello) sono promossi dirigenti (come colonnelli e generali) con aumenti automatici propri delle carriere dirigenziali.
5) Ma è il capitolo “pensioni”, cioè i vitalizi militari, quello più scandaloso:
– maturazione anticipata della pensione di anzianità: a 57 anni e 7 mesi con 35 anni di contributi invece che a 61 e 7 mesi come gli altri dipendenti pubblici; – maturazione anticipata della pensione di vecchiaia: a 60 anni e 7 mesi invece che a 66 anni e 7 mesi come gli altri dipendenti pubblici; – indennità di ausiliaria per i primi 5 anni di pensione (50% della differenza tra ultimo stipendio e pensione stessa) e maggiorazione della pensione ordinaria in quanto calcolata considerando come retribuzioni anche quanto percepito in ausiliaria; – per percettori di indennità di volo e/o di aeronavigazione: maggiorazione calcolata sulla base del numero di anni in cui è stata percepita tale indennità; – per gli ufficiali laureati: riconoscimento d’ufficio di 6 anni di laurea.
(dati tratti da Mil€x, osservatorio sulle spese militari italiane)

Ce ne sarebbe da divertirsi. Ma la battaglia contro i privilegi militari è rischiosa e richiede impegno. Meglio continuare a vincere facile con immigrati, rom ed ex parlamentari.

Scoop: vi diciamo dove sono i pacifisti

I giornalisti da salotto, quelli che si divertono ad intervistarsi tra di loro e ad esternare opinioni sull’annosa questione “dove sono i pacifisti?”, dovrebbero cimentarsi, se ne fossero ancora capaci, con due tipologie della loro nobile professione, troppo spesso dimenticate: il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo di guerra. Sarebbero obbligati ad abbandonare lo stereotipo su cui si sono adagiati da decenni, quello del pacifista che ad ogni rumor di guerra scende in piazza per agitare la bandiera arcobaleno, pronti ad accusarlo di volta in volta di inutilità, di antiamericanismo, di velleitarismo o di ingenuità; se invece non lo vedono, eccoli pronti a dire che il pacifismo è morto.

Se i direttori dei giornali, anziché limitarsi ad aprire le loro agende per intervistare i soliti esponenti, spesso autoproclamatisi rappresentanti del movimento, incaricassero qualche giornalista di fare lo sforzo di un’inchiesta, scoprirebbero cose molto interessanti.

Scoprirebbero che il pacifismo inane, da milleottocento, fu già superato storicamente ad inizio novecento proprio da Gandhi, che voltò pagina passando dal pacifismo imbelle alla nonviolenza attiva: “il pacifismo codardo è la malattia infantile della nonviolenza coraggiosa”. Sarà bene, quindi, che i critici del movimento pacifista odierno si aggiornino, poiché sono rimasti indietro di oltre un secolo.

Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali. Non lo si trova nelle piazza a fare marce autoreferenziali. Lo si trova a lavorare sul campo, dentro ai movimenti che vogliono cambiare la realtà in meglio.

Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi: dal controllo dell’export di armi, alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti hanno analisi approfondite, e proposte concrete per un cambio di rotta necessario.

I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni, ed ora hanno formato e inviato all’estero centinaia di giovani del servizio civile per attività di pacificazione in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, civili e non militari.

Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari italiani partecipano a progetti di riconciliazione e soluzione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra.

Vi sono poi decine di migliaia di giovani che ogni anno svolgono il servizio civile nazionale, protagonisti nell’attuare il dovere costituzionale della difesa della Patria, che non è solo difesa militare.

Sono solo alcune piste di lavoro per chi avesse voglia di uscire dalla redazione e consumare un po’ di suole delle scarpe. Sono moltissime le sedi dei movimenti per la pace dove trovare materiali, archivi, indirizzi, persone che vale la pena intervistare. Per gli opinionisti più pigri possiamo suggerire di dare una letta, e qualche volta anche pubblicare, i tanti comunicati stampa che le reti della pace e del disarmo emettono con cadenza quotidiana: sono sempre notizie di prima mano.

E per quelli ancora più pigri, consigliamo la lettura dei siti delle associazioni pacifiste e di alcune riviste, come Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, dove si può leggere un ottimo giornalismo di pace.

Ultimo suggerimento: oltre a chiedersi “dove sono i pacifisti”, ogni tanto ci si chieda anche dove sono le missioni militari: quante sono, cosa fanno, quanto costano, che risultati hanno ottenuto; sarà molto interessante comparare costi e benefici nel settore militare e costi e benefici nel settore della prevenzione nonviolenta dei conflitti.

“La nonviolenza è lo stile di una politica per la pace”, lo dice Papa Francesco; se ne potrebbero accorgere anche i direttori dei grandi giornali.

In fondo il giornalismo è la ricerca della verità, e la verità è sempre la prima vittima della guerra.

Lo scandalo di Martin Luther King: il potere dell’amore nero e americano

Il 4 aprile di cinquant’anni fa, Martin Luther King si stava preparando in albergo prima di recarsi ad un comizio indetto per quel giorno. Dopo essersi annodato la cravatta uscì sul balcone. La pallottola, sparata da un fucile di precisione, lo colpì a morte. Aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso che aveva tenuto la sera prima, aveva detto: “Desidero soltanto compiere la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna. Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore.”
Nella sua teoria e pratica della nonviolenza Martin Luther King si è ispirato al mahatma Gandhi: “Se l’umanità deve progredire, la figura di Gandhi è imprescindibile”. Per King la forza della nonviolenza era il potere dell’amore: “Ma quando parlo d’amore non parlo di una debole e sentimentale corresponsione. Parlo di quella forza che tutte le grandi religioni hanno considerato come il supremo elemento unificatore della vita. L’amore è in qualche modo la chiave che apre la porta che conduce alla realtà ultima”.
Egli ha avuto due avversari: il razzismo del potere bianco e la violenza delle pantere nere. Ha quindi dovuto impostare sempre una strategia su due fronti e alla fine la sua nonviolenza ha vinto e convinto: “La compassione e la nonviolenza ci aiutano a considerare il punto di vista del nemico, ad ascoltare le sue domande, a conoscere il suo giudizio nei nostri confronti. Giacché dal suo punto di vista possiamo davvero scorgere la fondamentale debolezza della nostra propria condizione, e se siamo maturi possiamo imparare, crescere e trarre profitto dalla saggezza dei fratelli che sono definiti come i nostri avversari”.


La nonviolenza di Martin Luther King ha lasciato un segno indelebile su tutta l’umanità e ci ha insegnato con i fatti che il vero amore fa bene a chi lo fa e a chi lo riceve: “L’approccio nonviolento non cambia subito il cuore dell’oppressore. Agisce prima sui cuori e le anime di coloro che vi si impegnano. Dà loro una nuova dignità; risveglia risorse di forza e coraggio che non sapevano neppure di possedere. Infine raggiunge l’oppressore e scuote la sua coscienza al punto che la riconciliazione diventa una realtà”
Il sito dell’associazione americana “Peaceful Tomorrows” (gruppo “Per un Domani di Pace” fondato da 80 famiglie di vittime dell’11 settembre che cercano un’alternativa nonviolenta alla guerra contro il terrorismo internazionale) si apre con una significativa citazione del Rev. Martin Luther King Jr.:

“Il passato è profetico nella misura in cui afferma che le guerre sono poveri scalpelli per scolpire domani di pace. Un giorno dovremo accorgerci che la pace non è solo un obiettivo lontano da raggiungere, ma è il mezzo per raggiungere quell’obiettivo. Dobbiamo perseguire fini di pace con mezzi di pace. Per quanto tempo ancora dovremo continuare i nostri giochi di morte e di guerra prima di ascoltare l’appello doloroso degli innumerevoli morti e mutilati delle guerre passate?”

Per comprendere la grande influenza che il pensiero e la prassi di King hanno ancora sul movimento pacifista mondiale, confermata dalla enorme manifestazione “March for our lives” del 24 marzo scorso che ha invaso le strade di Washington contro la violenza delle armi, è interessante capire come King sia arrivato all’opzione nonviolenta, e come la sua strategia si è evoluta nel tempo.

Montgomery è la capitale dell’Alabama.
Martin Luther King, pastore battista, vi è arrivato nel 1954 come guida di una delle più importanti chiese nere della città, che a quell’epoca è composta da 70.000 bianchi e da 50.000 neri; il 63 % delle donne nere sono domestiche presso i bianchi, il 94% delle case bianche ha i servizi igienici, contro il 31% di quelle dei neri; il reddito medio dei bianchi è il doppio di quello dei neri; i tassi di alcolismo, delinquenza e disoccupazione sono molto più alti tra i neri che tra i bianchi; gli iscritti neri nelle liste elettorali sono solo 2.000 contro i 30.000 neri maggiorenni. Nella città vige il regime segregazionista: scuole, giardini pubblici, servizi sono tutti separati. I migliori sono riservati ai bianchi, i peggiori ai neri. I posti nei cinema, nei teatri, negli autobus sono separati. Nei negozi i neri vengono serviti per ultimi e devono fare la coda. Spesso vengono insultati dai bianchi.

Questo è il contesto nel quale King ha iniziato ad agire. Ma non si può disgiungere l’azione di King, dalla sua fede cristiana. Una fede profonda che Aldo Capitini (in Azione nonviolenta del Maggio 1968) ricostruisce così: “Gesù Cristo come la persona più preziosa del mondo; Dio come Amore; l’amore per i nemici, la condizione del peccatore ed il bisogno della grazia, l’aprirsi della fede all’incontro con il Dio personale, la speranza della unità ecumenica; il Discorso della Montagna ed il metodo gandhiano della resistenza nonviolenta”.

Nato nel 1929, figlio e nipote di un pastore battista della classe media, Martin Luther ha frequentato importanti college in Pennsylvania e a Boston, ed è stato uno dei migliori studenti. Ha conseguito due lauree: in teologia ed in filosofia. Durante gli studi ha approfondito le opere di Thoreau e di Gandhi.
Nel 1955, con un volantino ciclostilato, King organizza il famoso boicottaggio degli autobus, a seguito dell’arresto di una giovane nera di Montgomery, Rosa Parks, che si è rifiutata di cedere il posto ad un bianco. Tutti i neri della città aderiscono in massa alla protesta, che dura 382 giorni. I neri non utilizzano più gli autobus pubblici: vanno a piedi, in taxi, si organizzano con mezzi privati. Un braccio di ferro che mette in ginocchio l’azienda del trasporto pubblico. La vittoria giunge a seguito di una sentenza della Corte Suprema del 13 novembre 1956 che dichiara illegittima la segregazione sugli autobus dell’Alabama.
Con la lotta di Montgomery King diventa un simbolo ed un leader a livello nazionale.
Nel 1958 esce il suo primo libro “In cammino verso la libertà”, che racconta la storia del boicottaggio. Mentre ne firma alcune copie in una libreria a New York, viene accoltellato quasi mortalmente.
Nel 1959, ristabilitosi, compie un viaggio in India per approfondire la conoscenza del metodo gandhiano. Al rientro dal viaggio dice: “Gesù Cristo mi fornisce lo spirito e i motivi; Gandhi mi fornisce il metodo”.
Nel 1962 ad Albany, in Georgia, organizza una campagna nonviolenta contro la segregazione nei ristoranti.
Nel 1963 a Birmingham, epicentro dell’odio razziale, dà avvio ad una vasta campagna contro la segregazione. La repressione è durissima. Lo stesso King, insieme ad altri tremila attivisti neri, viene arrestato. La liberazione arriva per interessamento dello stesso Presidente Kennedy. Intanto l’integrazione arriva nelle scuole, nelle biblioteche e in altri luoghi pubblici.
La rivoluzione nonviolenta nera si estende a tutto il paese. Il 28 agosto King guida la marcia dei 250.000 su Washington. La reazione dei conservatori è brutale: scoppiano le bombe nei luoghi frequentati dai neri, con molti morti.
Nel 1964 King riceve il Premio Nobel per la Pace e, divenuto un leader mondiale, alza il tiro.
Nel 1965 in Alabama avvia la campagna per il diritto del voto ai neri.
Nel 1966 si trasferisce a Chicago fra i baraccati neri, e conduce una campagna per i loro diritti sociali, civili, economici. Mentre fa un comizio subisce un altro attentato.
Nel 1967 si schiera con il movimento pacifista contro la guerra del Vietnam.
Nel 1968 è a Memphis, nel Tenessee per organizzare manifestazioni di appoggio agli spazzini neri della città che rivendicano il diritto di iscriversi ad un sindacato. Il 4 aprile viene assassinato. Giusto in tempo per impedirgli di dare vita alla “Grande marcia di emancipazione dei poveri attraverso l’America” che aveva organizzato per l’estate a Washington: come atto provocatorio proprio davanti alla Casa Bianca avrebbe fatto costruire una baraccopoli: che il Presidente veda come vivono milioni di americani! Si era convinto che era giunto il tempo di trasformare la lotta per i diritti civili dei neri, in lotta per l’emancipazione economica di tutti, bianchi e neri.
In dieci anni di campagne nonviolente, King ha trasformato l’America e se stesso.
Da nero che rivendica dei diritti è divenuto un americano che lotta per migliorare il proprio paese. Non parla più a nome dei neri, ma parla da americano. Nel suo ultimo articolo, dice:
“Le condizioni dei poveri peggiorano; i posti di lavoro diminuiscono; le scuole si rivelano sempre più inadeguate; le cure mediche sono inaccessibili per milioni di poveri…Gli americani sono infettati dal razzismo, ecco il pericolo. Ma paradossalmente essi sono anche contagiati dagli ideali democratici, e questa è la speranza. Mentre essi fanno del male, hanno anche il potenziale per fare del bene. Por fine alla miseria, estirpare il pregiudizio, liberare una coscienza tormentata, creare un domani di giustizia, tutto ciò è degno dell’ideale americano”.

Fra i tanti insegnamenti, a me pare che King ci lasci soprattutto una scrupolosa attenzione al metodo usato nelle lotte. Per educare i neri a viaggiare sugli autobus integrati, senza accettare le provocazioni, King organizza un capillare lavoro nelle scuole, facendo distribuire un volantino contenente “Suggerimenti per gli autobus integrati”:
“Non tutti i bianchi sono contro gli autobus integrati. Accetta la buona volontà che possa venire dalla parte di questi; sii calmo e amichevole; orgoglioso, ma non arrogante; gioioso ma non turbolento; parla il meno possibile e sempre con tono calmo; sii abbastanza amabile da assorbire la cattiveria e la incomprensione al punto da volgere il nemico in amico”.
La disobbedienza civile del movimento di King è dettata dall’amore non dall’odio.
Per King è importante che il rigore nel metodo nonviolento sia mantenuto anche dopo l’abolizione della segregazione. La sua preoccupazione è che “noi non dobbiamo considerare questa come una vittoria sui bianchi, ma una vittoria per la giustizia e la democrazia”.

Ma la sua nonviolenza non è solo una tecnica. E’ insieme mezzo e fine.
“E’ probabilmente vero che molti dei neri non credevano nella nonviolenza come filosofia di vita, ma a causa della loro fiducia nei propri dirigenti e del fatto che la nonviolenza era loro presentata come pura espressione di cristianesimo in atto, essi erano disposti ad usarla come tecnica. Certo, la nonviolenza nel suo vero senso non è una strategia che si possa usare semplicemente come espediente del momento; la nonviolenza è in prima istanza un modo di vita che l’uomo assume per la netta moralità delle sue esigenze. Ma pur ammesso ciò, la volontà di usare la nonviolenza come una tecnica è un passo in avanti. Per chi è andato così avanti in questo passo, è più probabile che adotti poi la nonviolenza come modo di vita”.
Pur mantenendo gli stessi princìpi e la stessa fede, King ha saputo contestualizzare la nonviolenza gandhiana, applicandola alla moderna società americana.
In un’America che ha perso l’anima, impaurita e paralizzata dalla guerra infinita iniziata con Bush e che prosegue con Trump, dove “America first!” è diventata la politica di un fortino che si rinchiude costruendo muri che lo imprigionano, la speranza occidentale può ripartire da Martin Luther King.

* Direttore di Azione nonviolenta

Bibliografia essenziale in italiano.

M.L. King, T. Merton, La rivoluzione negra, La Locusta, Vicenza 1965
M.L. King, La forza di amare, SEI, Torino, 1967
M.L. King, Marcia verso la libertà, Andò, Palermo 1968
M.L. King, Il fronte della coscienza, SEI, Torino, 1968
M.L. King, Oltre il Vietnam, La Locusta, Vicenza 1968
M.L. King, La misura dell’uomo, Morcelliana, Brescia 1969
M.L. King, Perché non possiamo aspettare, Andò, Palermo 1970
M.L. King, Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, SEI, Torino 1970
M.L. King, Pregare con Martin Luther King, a cura di Silvia Albini, Dall’Oglio Milano 1982
M.L. King, Lettera dal carcere di Birmingham, Quaderni di Azione nonviolenta, 1993
M.L. King, Io ho un sogno, scritti e discorsi che hanno cambiato il mondo, SEI, 1993