L’aggiunta nonviolenta: la sinistra riparta dalle politiche attive di pace

Tra i diversi appelli che circolano in questi giorni, quello di Anna Falcone e Tomaso Montanari che propone un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, e lancia l’assemblea del 18 giugno a Roma per una sinistra unita, contiene elementi condivisibili, che possono essere terreno comune per coltivare e far crescere valori ed esperienze plurali con una prospettiva politica originale. Ringraziamo Anna e Tomaso per il lavoro fatto.

Tuttavia riteniamo che anche questo appello abbia bisogna di un’aggiunta. Che è tanto un’aggiunta preliminare, una pregiudiziale costitutiva che dà sostanza e fisionomia a tutta la proposta, quanto un punto programmatico fondativo e preliminare a tutti gli altri.
E’ l’aggiunta nonviolenta, senza la quale sarebbe forte il rischio di ricadere in schemi già visti, percorsi già fatti, errori già commessi. Nonviolenza come orizzonte e come metodo di lavoro.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. Sono il primo e l’undicesimo principio fondamentale della Costituzione: gli assi portanti della nostra democrazia. Eppure, il nostro Paese è in Europa ultimo per l’occupazione giovanile e primo per l’aumento delle spese militari. Siamo di fronte al più grande riarmo del Paese dai tempi della seconda guerra mondiale (+85% in spesa pubblica per armamenti) e di fronte alla moltiplicazione per sei dell’export di armi negli ultimi due anni (che alimentano guerre che generano terrorismo e producono profughi). Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica militare del nostro Paese è aumentata del 21% a fronte di continui tagli alla spesa sociale. Nel 2017 saranno sacrificati sull’altare della guerra altri 23,3 miliardi di euro, pari a 64 milioni al giorno, l’ 1,4% del prodotto interno lordo che il governo si è impegnato a portare al 2% e non rinuncia all’acquisto degli 80 cacciabombardieri F35, a capacità nucleare, per un’ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una inversione di questa tendenza.
Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, così come la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo di un nuova politica. L’opposizione integrale alla guerra, e alla sua preparazione (qui ed ora), è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, di una nuova socialità.
La sinistra, per essere tale, ha bisogno di mettere al proprio centro politiche attive di pace.

Riproponiamo dunque l’appello di Carlo Cassola: “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”. Mai queste parole furono così attuali quanto oggi.

Democrazia e uguaglianza sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della sinistra è una valore solo se si sostanzia come unità attorno alla politica di pace (cioè un “pacifismo concreto”, come diceva Alexander Langer, che aiuti “il settore R&S (ricerca e sviluppo) della nonviolenza a fare grandi passi avanti”).

E’ con questo spirito che saremo ben contenti di portare un contributo al programma costruttivo di una sinistra aperta, inclusiva, solidale, accogliente. La prima sfida, a partire già dal 18 giugno, sarà quella di applicare davvero il metodo della nonviolenza a partire da se stessi, dalla capacità di dialogo e di stare insieme andando oltre gli steccati, senza compilare elenchi di buoni e cattivi, nell’esclusivo interesse comune e di un Paese che altrimenti rischia di perdersi.

Mao Valpiana e Pasquale Pugliese
del Movimento Nonviolento
7 giugno 2017

In memoria di Antonio Papisca

Ha concluso oggi la sua vita terrena il prof. Antonio Papisca.

Gli siamo grati per il grande lavoro svolto, con umiltà, per i “diritti umani” e la “pace giuridica”. Lo ricordo con particolare affetto anche per la sua testimonianza al processo penale per il blocco ferroviario dei treni che portavano armi in Iarq. Anche per questo fummo assolti.

Riporto qui il suo intervento di allora. Era un uomo mite e forte. Ci mancherà.

I blocchi nonviolenti sono affermazione di legalità

NOTA DEL PROF.

ANTONIO PAPISCA

 

 

La guerra del Golfo è avvenuta nel momento in cui, crollati i muri e finita la contrapposizione ideologica e militare dei blocchi dell’Est e dell’Ovest, alta e diffusa era l’aspettativa dell’opinione pubblica in ordine al rilancio e al potenziamento del ruolo delle Nazioni Unite in materia di sicurezza e di pace internazionali.

Nel famoso rapporto “Un’Agenda per la pace“, elaborato nel 1992 su richiesta del Consiglio di sicurezza, Boutros-Ghali asserisce, con estrema chiarezza, che è venuto meno l’alibi del bipolarismo dietro cui si erano fino ad allora trincerati gli Stati per non mettere l’ONU nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente.

Per il combinato disposto degli artt. 1, 2, 42, 43, e ss. della Carta delle Nazioni Unite e richiamando i princìpi di ius cogens che sottendono il diritto internazionale dei diritti umani – le cui fonti principali sono, oltre che la Dichiarazione universale del 1948, i due “Covenants” del 1966 rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, ratificati dall’Italia nel 1977 -, la guerra è in quanto tale vietata, anzi proscritta quale “flagello“.

A conferma di questo sta anche, specificatamente, l’art. 20 del citato Covenant sui diritti civili e politici, che stabilisce che “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge“.

Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite gli stati possono ricorrere, in via d’eccezione, a misure di “autotutela individuale e collettiva“, quale risposta immediata ad una aggressione armata in atto “fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale” (art. 51). Dunque, per il vigente ordinamento giuridico internazionale, l’autotutela armata, oltre che successiva, temporanea e proporzionata, è legittimata soltanto fino a quando il Consiglio di sicurezza non abbia avuto il tempo di attivarsi in prima persona com’è, d’altronde, suo preciso obbligo istituzionale. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è concepito in riferimento al principio di “autorità sopranazionale” delle stesse Nazioni Unite e comporta che gli stati adempiano all’obbligo giuridico, stabilito dall’art. 43 della Carta, di devolvere in via permanente all’ONU parte delle forze armate nazionali.

La fine del bipolarismo, come prima ricordato, rende ineludibile e urgente l’attuazione di quest’obbligo e quindi insostenibile il perdurare di comportamenti statuali non conformi alla legalità internazionale.

Quanto è avvenuto nel Golfo, in risposta all’aggressione armata perpetrata da Saddam Hussein ai danni del Kuwait, non risponde allo schema di uso della forza militare stabilito dalla Carta. All’invasione del Kuwait ha infatti immediatamente fatto seguito l’attivazione del Consiglio di sicurezza, culminata nella comminazione di pesanti sanzioni ai sensi dell’art. 41 della Carta. Il successivo, spettacolare intervento bellico della coalizione comandata dagli USA non risponde quindi ai requisiti dell’autotutela consentita, in via eccezionale e in termini di immediatezza, dall’art. 51.

Dal punto di vista della vigente legalità, il respingimento armato delle truppe di Saddam Hussein al di là dei confini del Kuwait avrebbe dovuto avvenire soltanto ad opera di una forza armata sotto comando diretto delle Nazioni Unite, per il perseguimento degli obiettivi consentiti alle Nazioni Unite che, giova ribadirlo, non possono essere di guerra (distruzione di territorio e di popolazione, il “nemico indistinto” da “debellare“), ma esclusivamente di polizia militare internazionale (cioè azione contro il “criminale” individuato in determinate persone e gruppi).

Il Parlamento italiano autorizzò la partecipazione armata dell’Italia alla coalizione comandata dagli USA nell’assunto che si trattasse di “azione di polizia delle Nazione Unite“. Invece fu guerra, non gestita dalle Nazioni Unite e senza, per parte italiana, la “dichiarazione di guerra” prescritta dall’art. 78 della Costituzione.

Il movimento per la pace italiano si mobilitò capillarmente, insieme con numerosissimi enti locali, facendosi appassionato assertore della legalità stabilita dalla Carta delle Nazioni Unite e quindi chiedendo a gran voce che l’Italia e gli altri stati adempissero agli obblighi a suo tempo sottoscritti con la ratifica della Carta.

Tutti ricordiamo il clima belligeno, angosciante, violento instauratosi nel paese con l’ausilio dei mass-media, in particolare della televisione: ci fu una vera e propria propaganda di guerra, nonostante l’esplicito divieto del citato art. 20 del Covenant internazionale sui diritti civili e politici. Nei dibattiti televisivi non fu consentita, come da molti richiesto, l’interpretazione puntuale della Carta delle Nazioni Unite e dei pertinenti articoli della Costituzione italiana, in particolare degli artt. 11 e 78. Si attentò flagrantemente alla salute mentale e alla coscienza dei bambini e dei giovani e, più in generale, alla morale pubblica. Giova ricordare che Giovanni Paolo II insorse contro questa illegalità, gridando, con esteso seguito popolare, che la guerra è “avventura senza ritorno“. Dal canto suo in “Un’Agenda per la pace” il Segretario Generale delle Nazioni Unite scrive che l’art. 42 della Carta, che prevede le operazioni militari direttamente gestite dall’ONU, non ha finora trovato attuazione in nessuna occasione, con ciò smentendo autorevolmente e definitivamente quanti sostennero che nel Golfo si realizzò una “operazione di polizia delle Nazioni Unite“.

Negli anni successivi al 1991, il movimento per la pace italiano ha continuato nell’impegno teso a elucidare la Carta delle Nazioni Unite e le convenzioni internazionali sui diritti umani e a diffonderne i valori e i principi. A dimostrazione di questo importante impegno civile, giuridico e politico di società civile, sta la grande mobilitazione popolare del 1995 – 50° anniversario delle Nazioni Unite – culminata nella marcia della pace Perugia-Assisi all’insegna di “Noi popoli delle Nazioni Unite” (24 settembre 1995). In questa occasione sono state avanzate al governo italiano puntuali proposte per il potenziamento e la democratizzazione delle Nazioni Unite. Si è in particolare chiesto che l’Italia adempia a quanto previsto dall’art. 43 e devolva quindi all’ONU una parte delle proprie forze armate perché siano definitivamente riconvertite in forze di polizia militare delle Nazioni Unite. In data 18 ottobre 1995, è stata presentata in Parlamento, per iniziativa di esponenti dei vari gruppi politici, una mozione parlamentare che recepisce, per esplicita dichiarazione, le principali proposte della “Perugia-Assisi”

Il 24 ottobre del 1996, in occasione della celebrazione della giornata delle Nazioni Unite svoltasi nella Sala del Cenacolo (Camera dei Deputati) su iniziativa del movimento pacifista, il Presidente della Commissione Estera della Camera ha dichiarato che il futuro dell’ONU è oggi al centro della politica estera italiana e che l’Italia è pronta a dare adempimento a quanto previsto dall’art. 43 della Carta. In questo stesso senso si è dichiarato il Ministro degli Esteri Dini, pronunciando il suo discorso alla 51a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Dunque, quanto oggi ufficialmente perseguito dallo Stato italiano, fu chiesto dai pacifisti all’epoca della guerra del Golfo. Sicché le dimostrazioni nonviolente di allora devono, per verità storica, essere intese non solo come affermazione di legalità internazionale, non solo come feconda lezione di etica universale, ma anche come illuminata anticipazione politica dei legittimi comportamenti governativi ora richiamati

Padova, 26 gennaio 1997

Un progetto politico, radicato in città, che inizia con un digiuno …

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Verona. La conclusione (negativa) della (mancata) candidatura di Gianpaolo Trevisi, ci dice molte cose.

Lo psicodramma si è consumato tutto internamente ai vari gruppi (correnti) del Pd, tra spinte centrifughe per una candidatura civica (l’imprenditrice, il calciatore, il professore, il poliziotto) o spinte centripete verso le primarie (il giovane, il capitano-di-lungo-corso, la consigliera segretaria).

Le candidature bruciate successivamente sembravano essere intercambiabili, una valeva l’altra, purché il personaggio in questione accettasse e fosse gradito alla maggioranza dei dirigenti di partito. Ma legati ai nomi, c’erano anche punti programmatici specifici? Questo non lo sappiamo. Non abbiamo mai sentito da nessuno di loro raccontarci una visione di città. Sappiamo solo che erano nomi e volti noti, bravi professionisti nei rispettivi settori, e che finora erano stati fuori dalla politica…. (ai miei occhi questo non è affatto un punto qualificante).

In particolare il “poliziotto-scrittore”, che si è sfilato definitivamente, è una brava persona, sa scrivere bene, sa raccontare in modo convincente, è stimato sul lavoro, ma non ci è mai stato detto se conoscesse la complessa macchina amministrativa di un Comune: sarebbe stato anche un buon amministratore? avrebbe avuto doti politiche di mediazione e lungimiranza? Non sappiamo…

Non esiste il nome salvifico. Non esiste una politica che si incarna solo in un determinato personaggio, se manca il quale tutto salta. La politica è necessariamente un processo collettivo. Come la storia, non fa salti in avanti. Non fa passi più lunghi della propria gamba. Anche in politica si ha oggi quello che si è preparato ieri. Non si possono improvvisare candidature, non si inventano liste dell’ultimo momento. Gli “effetti speciali” last minute, non lasciano traccia. Un processo politico deve avere il tempo di sperimentarsi e radicarsi nel territorio.

A Verona negli ultimi anni sono cresciuti una delusione e un malcontento verso la “gestione Tosi” della città; in consiglio comunale c’è stata una tenace opposizione dovuta non solo alla capacità di controllo e denuncia di un singolo consigliere, ma soprattutto al lavoro diffuso di tanti comitati o cittadini vittime delle scellerate politiche dell’Amministrazione.

E’ attorno a questo lavoro che può nascere una proposta politica per le prossime elezioni, che sappia parlare a tutta la città. Non ci sono altre strade. Il programma è già insito nei tanti progetti ed idee che sono emersi negli anni come visione alternativa alla fallimentare gestione attuale.

Non servono appelli o sedicenti registi che mandano in campo altri; quello che serve ora sono persone riunite sotto simboli civici o di partito, disponibili a mettersi in gioco, a raccogliere consensi non per un sogno ma per un nuovo progetto di città, inclusiva, aperta, accogliente, vivibile. I nodi su cui si è schiantato il sindaco uscente sono tutti di carattere ambientale: il fallito traforo, il filobus mai visto, overdose di centri commerciali, mobilità irrisolta, svendita del patrimonio pubblico, cultura ferma al palo, cemento contro verde, inquinamento oltre ogni limite. Ecologia politica e politica dell’ecologia è la richiesta che viene dai cittadini (specialmente i bambini, veronesi di domani, che pagheranno gli errori di oggi) e che deve essere raccolta.

Le elezioni amministrative sono un’occasione per uno sguardo più ampio anche sul nostro futuro. Tra qualche anno la sfida decisiva sarà quella della variazioni climatiche. Anche nella nostra città iniziamo a vedere alluvioni, siccità, aumento della temperatura. Poiché siamo in periodo quaresimale, prendo ad esempio una bella iniziativa nata in ambito cattolico, che può essere uno spunto anche per la prossima campagna elettorale. Papa Francesco ha creato una nuova beatitudine: Beati coloro che hanno cura della casa comune; alcune chiese locali hanno lanciato, per la Quaresima, il digiuno dell’anidride carbonica: ridurre l’uso di carburanti, elettricità, lo spreco di plastica, carta e acqua, ridurre le azioni che danneggiano il creato. Il digiuno sfida le persone a considerare come le loro azioni quotidiane possono avere un impatto sull’ambiente. Tutti possono fare piccoli passi per ridurre le emissioni di anidride carbonica. E i gesti che mettiamo in pratica durante la Quaresima possono continuare anche dopo, così da garantire un cambiamento duraturo.

La campagna elettorale deve essere occasione di partecipazione e cittadinanza attiva per tutti.

Mao Valpiana

Verona

Un candidato, un programma, una politica per ritrovare la sinistra che non c’è (più)

Verso le elezioni amministrative a Verona

La realtà

La politica ha le sue regole, non tenerne conto è un errore imperdonabile. Il sistema elettorale, con metodo proporzionale con sbarramento per l’attribuzione dei seggi alle liste, ma con premio di maggioranza per la coalizione vincente, ha un peso non indifferente nella preparazione della campagna elettorale. Partiti e movimenti sono incentivati, da un lato, a presentare il proprio simbolo, e dall’altro ad unirsi in coalizione per sostenere un sindaco possibilmente vincente. E qui sta il punto, a mio avviso, decisivo. E’ il candidato sindaco che fa la differenza, più che il programma o i simboli. L’elettorato ha ormai digerito il nuovo sistema e darà il suo consenso al candidato sindaco che gli piace più che al partito o alla lista civica che lo presenta. Certo, il sindaco da solo non basta, ci vuole poi anche una buona squadra capace non solo di governare ma anche di dialogare e raccogliere voti. Il candidato sindaco dev’essere popolare (conosciuto), aggregante, convincente, deve saper mediare, deve saper raccogliere consensi oltre i propri confini naturali.

Tuttavia è legittimo anche presentare un candidato sindaco identitario, di bandiera, capace di rafforzare la propria area politica, che abbia la possibilità, poi, di sostenerne un altro al ballottaggio o di ritagliarsi un ruolo oppositivo. Anche di questo è fatta la democrazia.

Recentemente, però, abbiamo anche visto candidati sindaci del tutto sconosciuti che hanno vinto, più che per la forza del loro simbolo, per la debolezza delle altre proposte. E’ accaduto a Roma e a Torino, dove hanno perso (voti e credibilità) le amministrazioni precedenti, lasciando praticamente campo libero alla nuova proposta (al di là del nome e del programma).

Lo scenario

A Verona la situazione è diversa. Il sindaco uscente (al momento non sappiamo ancora se avrà o meno possibilità di rientro) non ha più il vento in poppa come qualche anno fa, ma gode ancora, tutto sommato, di un certa popolarità locale, anche se non più maggioritaria. Il centro-destra (di cui mi occupo poco) appare diviso in due famiglie, ma non è detto che alla fine non sappia unirsi; in ogni caso il ballottaggio per loro è assicurato. Poi c’è il M5S (di cui non mi occupo), che cura solo il proprio orto e tiene fuori gioco il consenso raccolto senza usarlo per fare politica. Un’altra storia.

Nel centro-sinistra (siamo di manica larga, mettiamoci dentro tutto), la strada sembra ormai tracciata. Da un lato il PD andrà alle primarie il 19 febbraio (ad oggi con le candidature di Franchetto e di Fermo, ma certamente altri nomi si aggiungeranno), dall’altro una coalizione di Sinistra italiana, Rifondazione e qualche formazione civica sosterrà la candidatura di Bertucco.

Questo è lo scenario ad oggi, con poche probabilità, quindi, di un cambiamento negli equilibri politici veronesi. La vera partita la si giocherà nel centro-destra. Tuttavia in politica non bisogna “mai dire mai” e tutto è possibile fino all’ultimo. Gli elettori sono in gran parte disorientati, sfiduciati, scettici. C’è una prateria aperta, fatti di voti in libera uscita, da conquistare. Ma bisogna avere la proposta giusta.

La politica

Certamente io non ho la bacchetta magica, e penso che nessuno abbia in tasca la soluzione geniale per portare “la sinistra che non c’è” a governare la città. In politica non ci sono ricette che si possano improvvisare. Si ha in mano oggi quello che si è seminato ieri. E se fino a ieri si è seminato una presenza di necessaria opposizione ma senza costruire una prospettiva credibile di governo, non ci si può aspettare molto. Non basta fare elenchi programmatici, sognare la Verona che vorremmo, organizzare convegni e conferenze stampa. Il programma su cui lavorare c’è già, più o meno lo stesso da vent’anni, e deve tenere conto delle limitatissime risorse a disposizione: chiudere definitivamente le procedure per il Traforo; una politica della mobilità che riduca il traffico privato e potenzi quello pubblico (il Filobus dev’essere in sede propria); stop ad ogni nuovo insediamento, stop al consumo di territorio; una politica dei servizi sociali con attenzione ai meno abbienti e agli anziani; salvaguardia e valorizzazione del verde, sottraendo l’Arsenale alla privatizzazione; politica della cultura e del turismo; sicurezza del territorio e valorizzazione dei quartieri; politica ambientale per le aziende municipalizzate, ecc. Ce n’è già abbastanza.

Avere il programma e il personale politico sono due elementi decisivi ma non ancora sufficienti per influire sullo stato della cosa pubblica. Ci vogliono anche le condizioni politiche per poter agire, e soprattutto un consenso elettorale, culturale e sociale diffuso. Un’idea (programma), chi la sa rappresentare (candidato/a), una strategia per metterla in atto (politica): fuori da questa triade meglio sarebbe saltare un turno, altrimenti i sogni restano sogni, con il rischio, al risveglio, di vederli trasformati in incubi.

La nonviolenza

E arriviamo alla questione centrale: “la sinistra che non c’è”. Sinistra di governo, di opposizione, antagonista, di dialogo, storica, nuova, unita, altra, ecc. … se abbiamo sempre bisogno di un aggettivo per specificare di quale sinistra stiamo parlando, forse è perchè abbiamo perso il senso stesso della parola “sinistra”. Questo è il punto.

Io penso che la sinistra ci sia e abbia ancora un senso, ma deve affrontare con umiltà un processo di rigenerazione radicale. Doveva farlo anni fa, occasioni ne ha avute tante, e le ha perse tutte… è passata attraverso arcobaleni, fabbriche, laboratori, cantieri, ma non ha mai messo in discussione se stessa, i propri peccati originali. La cruna dell’ago attraverso la quale ora deve passare è stretta e si chiama nonviolenza (proprio quella nonviolenza cui si è riferito Papa Francesco nel suo documento del primo gennaio 2017: “Nonviolenza, stile di una politica per la pace”); è la stessa nonviolenza politica che incarnava la lungimiranza del pensiero/azione di Alexander Langer, ancora largamente incompresa in tanti mondi “di sinistra”. Infatti la nonviolenza in politica andrebbe applicata innanzitutto all’interno dei partiti o dei movimenti, a partire dai processi decisionali, dalla leadership, dalla capacità di dialogo. Applicare “la forza della verità” nella politica e nelle istituzioni è forse la sfida più grande. Nonviolenza come politica per la conversione ecologica e della convivenza. La Sinistra sta a questa politica come l’Antico al Nuovo Testamento. Oggi più che mai c’è bisogno di una scomposizione e ricomposizione degli schieramenti su questi assi portanti. “Solve et coagula”, la formula alchemica richiamata da Langer per evolvere e rigenerare se stessi. La crisi sociale, economica, culturale, politica che stiamo vivendo impone questa evoluzione.

L’alternativa è il rischio di vedere attuata la terribile profezia che Aldo Capitini faceva già nel 1945: «Nelle città, nei paesi e nelle campagne specialmente, vedo folle di giovani e di ragazzi inerti, che non hanno canzoni, non incontrano apostoli, non sanno come salutare, che grido lanciare, che non può e non deve essere piú quello di odio a un uomo e a un regime scomparsi. O dare tutto questo, un’alta passione, un’alta visione, o non ci meraviglieremo se dilagherà la tendenza a un individualismo scettico peggiore della morte».

Per vedere e praticare il futuro dobbiamo “superare le cornici”, uscire dalle contrapposizioni ostili, e fare politica evitando di mettersi in cattedra, di erigere dei muri alla comprensione, di costruire risposte che funzionano sempre, per tutto, indipendentemente dalle sollecitazioni della realtà. Dobbiamo trovare le soluzioni moltiplicando le possibilità di scelta e le opzioni di cambiamento. Bisogna praticare nuove strade, valorizzare esperienze di “utopie concrete” che già sono vive nella società, a volte poco visibili ma determinanti per costruire il cambiamento.

In conclusione

Non ho una vera e propria proposta politica da avanzare, ma un suggerimento di metodo lo posso dare. Anzichè criticare o contrastare le scelte altrui, chi ha qualche idea da mettere in campo, lo faccia solo se è disponibile a coinvolgersi in prima persona. Andiamo alla ricerca di candidati credibili, spendibili, che diano corpo alle differenze, alla pluralità dei bisogni e delle competenze. Superiamo i conflitti cercando un compromesso al rialzo. Forse in questo modo uscirà nelle prossime settimane il nome messianico, centripeto, con una propria forza gravitazionale, che saprà unire, convincere non solo gli addetti ai lavori, ma soprattutto gli elettori. A Verona le risorse non mancano, vecchie e nuove, nei partiti, nei movimenti, nelle associazioni del mondo laico e cattolico.

E per dare un senso a questo scritto, comincio da me stesso: se mai qualcuno mi chiedesse di ricoprire un qualsiasi ruolo in una buona squadra politica o in qualche dignitoso comitato elettorale, non farò mancare il mio contributo al lavoro collettivo.

Il futuro della nostra bella città ha bisogno dell’impegno di tutti, persino di un vecchio evergreen come me.

Mao Valpiana