Il metodo nonviolento funziona. Lo dice la storia

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«Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere». Sta tutto qui, in questa frase della scrittrice Christa Wolf, il senso profondo della ricerca e della proposta nonviolenta come alternativa alla guerra.

Sul piatto tragico della storia c’è la questione della “difesa”, l’urgenza di salvare quante più vite possibili insieme alla necessità di fermare l’esercito invasore. Gli aggrediti non possono fare altro che usare gli strumenti che hanno a disposizione (armati o non armati), ma noi dobbiamo perseguire le vie efficaci del “cessate il fuoco”, sapendo che i mezzi che si usano prefigurano il fine che si raggiungerà. È Gandhi a parlare chiaro: «Si dice: i mezzi in fin dei conti sono mezzi. Io dico: i mezzi in fin dei conti sono tutto». La necessità, anzi il dovere della difesa di un popolo aggredito è fuori discussione. Ma come attuare una difesa efficace e che salvi la vita oltre che i valori di libertà, democrazia, e le infrastrutture stesse di un paese, è la risposta che cerchiamo.

Il dilemma del Novecento si è consumato tra “Mai più Hiroshima” (fermare le armi) e “mai più Auschwitz” (fermare i carnefici). La nonviolenza ha la forza, la capacità, gli strumenti per fermare armi e carnefici? Da almeno un secolo ci sta provando, immergendosi nella storia e sperimentando il metodo nonviolento per la risoluzione dei conflitti. Lo stesso Gandhi nel pieno della seconda guerra mondiale dice che «la causa della libertà diventa una beffa se il prezzo che si deve pagare per la sua vittoria è la completa distruzione di coloro che devono godere della libertà. Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo con i suoi stessi metodi» e nel 1938 propone alle nazioni occupate da Hitler di ottenere la vittoria con la resistenza nonviolenta: «L’Europa eviterebbe lo spargimento di fiumi di sangue innocente e l’orgia di odio a cui oggi assistiamo».

Alle fallimentari esperienze storiche dei blocchi militari contrapposti sono stati concessi decenni di “prova”, mentre alla nonviolenza si chiedono risultati immediati e la si boccia se non offre soluzioni miracolose. Ma basterebbe un minimo di conoscenza storica per sapere vedere nelle pieghe del secolo i successi del metodo nonviolento là dove applicato con rigore su piccola o larga scala. Oltre ai classici lavori dei teorici della nonviolenza Gene Sharp o di Jacques Sémelin, lo studio di scienze politiche della Columbia University condotto sulle resistenze civili e armate dal 1900 al 2000 nel mondo ha dimostrato che sono state le prime ad avere più successi, rispettivamente il 59% contro il 27% nelle lotte interne anti-regime, il 41% contro il 10% in quelle contro l’occupazione di un paese o per l’autodeterminazione, e ancora il metodo nonviolento detiene il monopolio dei successi nell’affermazione delle lotte contro l’apartheid e per i diritti civili (mentre nelle campagne per la secessione di un territorio la scelta nonviolenta conta zero vittorie e quella violenta l’esile percentuale del 10%). Dunque, la nonviolenza, quando applicata seriamente, e per fini di democrazia, giustizia e libertà, funziona.

Alexander Langer, il profeta/politico della nonviolenza europea aveva un programma preciso: «I movimenti per la pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze, ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti», con tanto realismo politico che lo portava a riconoscere che anche la nonviolenza può fallire e nessuno si dovrebbe vergognare ad ammetterlo: «Un fallimento di un’azione di pace lascia però meno macerie di un riuscito intervento militare».

Tra guerra e resa, la terza via della nonviolenza

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No alla guerra ma sì alla difesa. È possibile?

Il punto decisivo e dirimente di tutta la discussione sul “pacifismo” è: come ci si difende meglio? con le armi o senza armi?

Esprimere una posizione contraria all’invio di armi in Ucraina è una valutazione di contesto. È fondata sull’esperienza ed i risultati negativi di trent’anni di guerre (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Cecenia: dove sono finite le armi? agli eserciti regolari o alle bande paramilitari? che uso ne è stato fatto? Con quali conseguenze?) e sulla necessità di costruire una strategia alternativa allo schema di gioco imposto dalle armi stesse: misurarsi sul terreno militare, del terrore, della minaccia della guerra nucleare. Significa invocare la soluzione politica e la difesa della vita.

La soluzione facile non c’è altrimenti non saremmo qua a piangere, a temere per il futuro stesso dell’Europa; ma se non la cerchiamo subito non ci sarà alternativa alla guerra con le sue annunciate conseguenze: occupazione dell’Ucraina con la distruzione del paese, migliaia di morti, feriti, invalidi e milioni di profughi. Lo scenario più terribile e probabile è quello di un’Ucraina occupata militarmente, di uno scontro generalizzato, di un Afghanistan permanente nel cuore d’Europa.

Le guerre non si debbono fare: l’ONU è nata per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, e l’Italia il ripudio di questo strumento ce l’ha scritto in Costituzione.

La storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa. Gandhi difendeva l’indipendenza dell’India; Martin Luther King difendeva i diritti dei neri; Nelson Mandela difendeva la libertà del Sudafrica; oggi i movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della vita di chi fugge dalle guerre. Come difendersi e difendere la pace senza aumentare la violenza già in atto, è un problema che non può ridursi all’alternativa tra subire o fare la guerra.

La sintesi tra i due pacifismi, quello “profetico” e quello “concreto”, sta nella nonviolenza che si pone due imperativi: l’etica e l’efficacia. È il problema al quale hanno cercato risposte, in epoche e contesti diversi, Gandhi, Capitini, Langer.

Il pensiero di Gandhi (verificato nella teoria e nella pratica) era chiaro e non manipolabile già nel 1939: “Voi volete eliminare il nazismo, ma non riuscirete mai ad eliminarlo con i suoi stessi metodi” e propose alle nazioni occupate da Hitler di ottenere la vittoria con la resistenza nonviolenta: “L’Europa eviterebbe lo spargimento di fiumi di sangue innocente e l’orgia di odio a cui oggi assistiamo”.

E Aldo Capitini, che conobbe le conseguenze del secondo conflitto mondiale, dopo le bombe su Horoshima e Nagasaki sentì l’urgenza di aprire una varco nuovo nella storia, superando l’orrore della guerra con il metodo della nonviolenza: “Tanto dilagheranno violenza e materialismo che ne verrà stanchezza e disgusto; e salirà l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore”.

Alex Langer si trovò ad affrontare concretamente il dilemma dell’alternativa alla guerra nel 1993 nell’assedio di Sarajevo: “Oggi penso che davvero occorra un uso misurato e mirato della forza internazionale, e quindi nel quadro dell’Onu. Per fare cosa? Non certo per appoggiare alcuni dei contendenti contro altri, ma per fermare alcune azioni particolarmente intollerabili e far capire che c’è un limite”, che la logica della guerra non paga.

Dunque il tema che il pacifismo pone da almeno mezzo secolo è quello della costruzione di un sistema di difesa e sicurezza non offensivo. Non sto parlando di utopie, ma della revisione radicale dell’industria europea di difesa che oggi non risponde più alle esigenze reali dei singoli paesi, ma è concentrata sulla competitività sui mercati esteri: oltre il 60% dei prodotti militari europei vanno al mercato del Mediterraneo allargato (Nord Africa, Paesi Arabi, Medio Oriente, ecc.) contribuendo di fatto all’aumento dei conflitti e alla tensione nel mondo, cioè alla nostra insicurezza globale anziché alla nostra sicurezza. Quindi quando proponiamo la revisione del modello di difesa, basato su criteri di sostenibilità, razionalizzazione, riconversione, e chiediamo una politica estera alternativa al modello imposto dalla Nato, stiamo facendo politica nonviolenta di prevenzione dei conflitti di oggi e del futuro e rispondiamo alla supplica di Papa Francesco: “i governanti capiscano che comprare armi e dare armi non è la soluzione al problema”.

La soluzione è prendere sul serio la nonviolenza.

* Presidente del Movimento Nonviolento e Esecutivo Rete italiana Pace Disarmo

Lettera aperta: armi sì / armi no

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Cari Gad Lerner, Luigi Manconi, Adriano Sofri, Emma Bonino,

arrivo subito al punto che oggi ci divide: “armi sì / armi no” dall’UE all’Ucraina.

Scrivo a voi perché, a differenza di gran parte degli opinionisti italiani che sbeffeggiano il pacifismo facendone una caricatura, so che ne avete considerazione, per amicizia e sensibilità comuni, e perché avete motivato la vostra scelta anche in riferimento a Gandhi che, davanti ad un sopruso, tra ignavia e violenza dice chè preferibile quest’ultima. Ma il Mahatma sceglie la terza via, quella della nonviolenza del forte. In gioco ci sono princìpi e pratica, fini e mezzi, filosofia e politica.

Questo tipo di pacifismo nonviolento ha due esigenze: etica ed efficacia.

Partiamo dall’efficacia.

Non sappiamo quali armi “letali” vengano inviate, perché coperte dal segreto militare. Sappiamo però quanto costano (fino ad oggi un miliardo di euro), già pagato all’industria bellica con fondi anticipati dalla “transizione ecologica” (il fondo italiano di 100 milioni prelevato dalla “cooperazione”), dunque è una riconversione dal civile al militare. Queste armi arriveranno all’esercito regolare ucraino, o saranno intercettate dalle milizie paramilitari di “difesa territoriale” che stanno crescendo, anche con mercenari in arrivo dall’estero? Non ci sono bastate le lezioni della Libia e dell’Afghanistan dove le armi occidentali sono finite in mano alle bande rivali o ai talebani, con le conseguenze che sappiamo? E siamo sicuri che queste armi potranno fare la differenza sul piano della capacità militare, della potenza di fuoco, o non bisognerà alzare continuamente il tiro, nella logica militare che vince chi ha armi più letali, fino alle estreme conseguenze? (partendo dall’arruolamento dei bambini soldato, fino alla minaccia anche da parte occidentale delle armi tattiche nucleari?).

Infatti, questo è il punto che rende la guerra di oggi diversa da tutte le altre: la minaccia nucleare.

È la situazione che ha configurato, all’indomani della crisi dei missili di Cuba, papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: “In un tempo come il nostro, che si gloria della potenza atomica, è alieno ad ogni ragione che la guerra possa essere utilizzata come strumento per ripristinare diritti violati”. Anche molti osservatori militari sostengono che l’invio di nuove armi aumenta il pericolo di escalation incontrollata e rinvia ulteriormente la possibilità di successo delle trattative.

E veniamo all’etica.

I Costituenti intesero mettere al bando (ripudiare) l’intervento armato (la guerra) come mezzo per risolvere le controversie internazionali anche quando la controversia ha assunto il carattere del conflitto armato. La nostra Costituzione non nega il “diritto naturale di autotutela individuale o collettiva nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite” sancito nella Carta delle Nazioni Unite, ma ribadisce quanto la medesima Carta dell’Onu impone: “I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo”.

È in questo contesto che va considerato il problema dell’invio di armi ad una nazione che subisce un’aggressione armata. Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni di quella nazione non significa automaticamente che si debba intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità, come i palestinesi i cui territori sono illegalmente occupati da decenni da Israele. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza.

Zelenskyj ha deciso di intraprendere la via della difesa armata: “meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Noi diciamo che va cercata la terza via: “vivere in piedi”.

Tutto questo impone certamente di aiutare chi sta resistendo, ma con quale difesa?

Vanno ascoltate anche altre voci che ci arrivano proprio da Kiev. Come quella di Yurii Sheliazhenko, referente nazionale del Movimento pacifista ucraino che sull’invio delle armi ci ha detto: «Follia! È alimentare l’escalation e lo spargimento di sangue. I media internazionali sono manipolati dalla macchina da guerra. C’è bisogno di pressione internazionale per il cessate il fuoco e per arrivare a una vera negoziazione».

È urgente anche sostenere, finanziare, rafforzare il crescente movimento degli obiettori di coscienza russi, e delle mamme dei soldati che si oppongono al richiamo dei ragazzi di leva, per indebolire Putin sul fronte interno.

Bisogna mettere in atto tutti gli strumenti nonviolenti per giungere al più presto al “Cessate il fuoco” – che è bilaterale e non è la resa di una parte – e promuovere il vero negoziato (per cui sta lavorando anche la Santa Sede). Le sanzioni commerciali nei confronti della Russia sono misure importanti, ma non sufficienti. Occorre il salto di qualità della ratio della lotta nonviolenta che è “fare per primi il primo passo”. In concreto ciò significa promuovere la de-escalation militare, iniziando a fare ora quello che andava fatto prima: ritirare le bombe nucleari presenti nel territorio europeo smantellando la “nuclear sharing”; richiamare i contingenti militari della NATO recentemente inviati nell’Est Europa, e indire una Conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite mettendo sul tavolo il compromesso della Ucraina neutrale.

Dalla caduta del muro di Berlino sosteniamo la trasformazione della Nato da alleanza militare, ad alleanza per la sicurezza e la cooperazione. Dal 1995 abbiamo avanzato proposte e progetti operativi per la costituzione della polizia internazionale (corpi civili di pace europei), con formazione professionale per operatori e mediatori di pace, che avrebbero potuto intervenire preventivamente nella crisi del Donbass, e che oggi potrebbe essere una vera forza di de-escalation e di intervento sul campo. Anziché aumentare ulteriormente i bilanci militari dei singoli stati, come deciso a Versaille, bisognerebbe utilizzare quei fondi per mettere le basi oggi della difesa europea di domani, costituendo la polizia internazionale che ancora manca.

Il disarmo unilaterale è una pia illusione? Non ho certezze, la nonviolenza ha tanti se e tanti ma.

So però che due antifascisti storici, che parteciparano alla Resistenza e al CNL, come Aldo Capitini e Carlo Cassola, giunsero a questa scelta politica e ne fecero la missione della propria vita e penso al pacifismo nonviolento del nostro comune amico Alex Langer (“Un movimento per la pace che fosse fatto principalmente di condanna di certe aggressioni militari, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto, non avrebbe grande credibilità. Sono convinto che oggi il settore ricerca e sviluppo della nonviolenza debba fare grandi passi in avanti”).

E so anche che quando Gorbaciov fece il primo passo di disarmo unilaterale si arrivò, per la prima volta nella storia, al Trattato del 1987 che ha smantellato 2700 missili nucleari russi e americani, mettendo fine alla guerra fredda. Forse è proprio questa la strada giusta.

Tra l’arruolarsi per la guerra o predicare la resa, c’è la terza via della nonviolenza attiva.

Mao Valpiana
Movimento Nonviolento

San Massimiliano, patrono degli obiettori di coscienza

OGGI E’ SAN MASSIMILIANO
PATRONO DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA
Che dia forza e coraggio a quei giovani che stanno rifiutando di arruolarsi in una guerra che porterà nel baratro i popoli che dice di voler difendere. Rifiutano due contrapposti militarismi, due esasperati nazionalismi. Gli obiettori ucraini vogliono difendere la loro patria con la resistenza nonviolenta. Gli obiettori russi vogliono combattere la dittatura con gli strumenti della libertà.
Obiettori ucraini e russi rifiutano le armi che portano solo morte.
Siano protetti dalla forza e dal coraggio della nonviolenza.

Tagliare le spese militari, finanziare politiche di pace

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L’appello dei Nobel, le parole del Papa, le Campagne per il disarmo

di Mao Valpiana *

L’appello di 50 premi Nobel e accademici “Una semplice concreta proposta per l’umanità”, ha un grande merito: quello di aver posto al centro dell’agenda politica globale la necessità della riduzione delle spese militari. L’obiettivo è ragionevole e possibile: un negoziato comune tra tutti gli Stati membri dell’ONU per ridurre del 2% ogni anno, per 5 anni, le spese belliche di ciascun paese, liberando così un “dividendo di pace” di 1000 miliardi di dollari entro il 2030.

Questa proposta si va ad aggiungere e rafforza altre proposte avanzate negli anni nella stessa direzione: Papa Francesco ha scritto nell’Enciclica Fratelli tutti: “E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri”. E in occasione della Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio 2022, Papa Francesco ribadisce: “È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio”.

La Campagna mondiale GCOMS (Global Campaign on Military Spending – campagna internazionale sulla spesa militare), promossa dall’International Peace Bureau (IPB, Premio Nobel per la Pace 1910) si pone come finalità principale la richiesta urgente di uno spostamento di fondi (almeno il 10% annuo) dai bilanci militari verso la lotta contro la pandemia da Covid-19 e il rimedio alle crisi sociali e ambientali che colpiscono vaste aree del mondo.

Dunque, la direzione da intraprendere è condivisa, ma qual è la strategia efficace per raggiungere l’obiettivo? I premi Nobel propongono un approccio multilaterale, negoziati razionali per una riduzione comune e concomitante che mantenga l’equilibrio e la deterrenza; il beneficio di questa cooperazione deriva da un fondo globale utilizzato per affrontare i problemi comuni (riscaldamento climatico, pandemia, povertà) e da una parte di risorse lasciate a disposizione dei singoli governi per reindirizzare la ricerca militare verso applicazioni pacifiche. È una strada realistica? C’è davvero la volontà politica di tutte le nazioni di scegliere il disarmo controllato e bilanciato? La storia degli accordi bilaterali di disarmo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) e START (Strategic arms reduction treaty) tra USA e URSS, negli anni ‘80, per il ritiro delle armi nucleari strategiche, dimostra che la strada del disarmo è possibile, praticabile e può dare risultati. Dopo le delusioni per i continui rinvii e fallimenti degli accordi SALT (Strategic Arms Limitation Talks) degli anni ‘70, il rapporto cambiò per la disponibilità al dialogo tra Reagan e Gorbaciov, ma furono i passi unilaterali di Gorbaciov ad imporre un clima di fiducia e dunque la fine della guerra fredda: Gorbaciov annunciò una moratoria unilaterale sui test di armi nucleari ed il 1° gennaio 1986 avanzò una proposta per la messa al bando di tutte le armi nucleari entro il 2000; nel dicembre 1988 fu ancora Gorbaciov ad annunciare alle Nazioni Unite un ritiro unilaterale di 50.000 soldati dall’Europa orientale e la smobilitazione di 500.000 truppe sovietiche. Nel 1990 Gorbaciov ricevette il premio Nobel per la Pace “per il suo ruolo di primo piano nel processo di pace”. Ci vuole sempre chi inizia facendo il primo passo.

Gandhi diceva che la dottrina della nonviolenza resta valida anche tra Stati e Stati: “prima del disarmo generale qualche nazione dovrà iniziare a disarmarsi; il grado della nonviolenza in quella nazione si sarà elevato così in alto da ispirare il rispetto di tutte le altre”.

Proprio per rafforzare e iniziare a praticare l’appello dei Nobel, del Papa, e delle Campagne disarmiste sostenute dall’opinione pubblica, ci vuole chi fa un primo passo, che sarà seguito da passi altrui. L’Italia può dare un esempio virtuoso, senza mettere in discussione la sua politica di difesa e sicurezza garantita dall’articolo 52 della Costituzione, ma ottemperando al dettame di ripudio della guerra dell’articolo 11: applicare una “moratoria” sulle spese aggiuntive dei programmi per nuovi sistemi d’arma, un taglio di 5/6 miliardi da spostare subito su capitoli di spesa per politiche di pace e cooperazione. È quello che chiedono Rete Pace e Disarmo con Sbilanciamoci!, e che da anni sostiene la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per il riconoscimento della Difesa civile non armata e nonviolenta (protezione civile, servizio civile, corpi civili di pace) da finanziare con fondi sottratti alle armi. Una proposta di Legge che istituisce il Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta è depositata in Parlamento; la sua discussione e approvazione in questa legislatura rappresenterebbe, insieme all’attuazione della moratoria per le spese di nuovi sistemi d’arma, quel “primo passo” nella giusta direzione della nostra nazione, che così potrebbe presentarsi al tavolo dell’Onu per sostenere con autorevolezza la “semplice concreta proposta per l’umanità” presentata dai premi Nobel.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna fare presto a disarmare la guerra e finanziare la pace.

* Presidente nazionale del Movimento Nonviolento

Verona, 21 dicembre 2021